La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente, sospeso tra il passato ed il futuro, il creato e l'increato, il finito e l'infinito, l'azione e la preghiera, il bene e l'anelito di santità, le luci e le ombre, il dire e il fare, la gioia e il dolore, le parole e il silenzio, il visibile e l'invisibile, il donare e il ricevere, il familiare e l'estraneo, i profumi, i colori, i sapori della natura. Amo le porte, si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....




giovedì 23 marzo 2017

Indefettibilità della Chiesa Cattolica

La nozione fondamentale di indefettibilità è che la Chiesa deve perdurare fino alla fine dei tempi con la natura essenziale e le qualità di cui Gesù Cristo l'ha dotata fin dalla sua fondazione. In altre parole, è impossibile che la Chiesa cattolica subisca un cambiamento sostanziale. Può, e deve, in effetti, subire molti cambiamenti accidentali, specialmente nelle sue leggi, in modo da reagire prudentemente a circostanze diverse in epoche diverse, ma tali cambiamenti accidentali non devono mai toccare la sostanza della fondazione di Gesù Cristo.
      
Questa indefettibilità è un segno certo dell'origine e del carattere soprannaturale della Chiesa, perché nessuna organizzazione umana potrebbe attraversare duemila anni e rimanere essenzialmente identica. La sua indefettibilità è sempre più un segno della sua origine e assistenza divine, soprattutto se si considera quante volte e con quale forza i nemici della Chiesa hanno cercato di alterarla nella sua essenza. In che consiste tale natura essenziale? Quali sono queste qualità essenziali?
L'indefettibilità primaria della Chiesa cattolica risiede nella dottrina. La fede oggettivamente considerata, ossia il deposito della sacra dottrina rivelata, è il fondamento dell'intera struttura della Chiesa cattolica. Parimenti, la fede soggettivamente considerata, cioè la virtù della fede, è la base dell'intera vita soprannaturale dell'anima. Per cui, il modo più rilevante in cui la Chiesa cattolica non può errare sta nell'insegnamento della vera dottrina. Dal momento che Dio è immutabile, la dottrina della Chiesa è dunque immutabile, ed è una prova dell'assistenza di Gesù Cristo verso la Sua Chiesa che il suo insegnamento sia rimasto identico e coerente nel corso di duemila anni della sua esistenza.
Una sola contraddizione o incoerenza all'interno del suo Magistero ordinario e straordinario sarebbe sufficiente per provare che, in un dato momento, essa è stata privata dell'assistenza di Dio. Tuttavia, la sua indefettibilità non si limita alla dottrina, ma si estende anche a tutte quelle cose di cui è stata dotata dal suo Divino Fondatore. Sappiamo che Cristo a dotato la Sua Chiesa di una struttura e di un potere. Egli ha fondato la Chiesa come una monarchia, collocando tutti i poteri nelle mani di San Pietro. Ha istituito anche i Vescovi che, in unione a San Pietro e a lui soggetti, avrebbero governato la Chiesa nelle varie località. A tale struttura Egli ha conferito il potere di insegnare, di governare e di santificare l'intera razza umana. Questo potere deriva dalla missione apostolica, vale a dire l'atto di essere inviati da Cristo allo scopo di salvare le anime. Perciò, questa struttura e questa missione verso le anime degli uomini deve perdurare inalterata in tutte le epoche. Per di più, la Chiesa è investita del potere degli ordini, attraverso i quali gli esseri umani vengono resi strumenti soprannaturali del potere divino per effettuare la santificazione soprannaturale degli uomini attraverso i Sacramenti, e in particolare il Santissimo Sacramento dell'Eucaristia.
 
Perciò la Chiesa sarebbe in errore:
  • Se cambiasse la sua dottrina;
  • Se alterasse o abbandonasse la sua struttura monarchica e gerarchica;
  • Se perdesse o cambiasse sostanzialmente o abbandonasse la missione apostolica dell’insegnamento, del governo e della santificazione delle anime;
  • Se perdesse, cambiasse sostanzialmente o abbandonasse il potere degli ordini.

L'insegnamento dell'indefettibilità della Chiesa Cattolica è confermato da diversi documenti ecclesiastici. Il primo è la Bolla Auctorem Fidei (del 28 agosto 1794) di Papa Pio VI (1717-1799). Il secondo documento è l'Enciclica Satis Cognitum, di Papa Leone XIII. Avendo prima spiegato in cosa la Chiesa sia spirituale e in cosa sia visibile, ed enfatizzando il fatto che queste due cose sono assolutamente necessarie alla vera Chiesa, analoghe alla necessità dell'unione di corpo e anima per l'essere umano, egli poi afferma: «E poiché la Chiesa è quello che è per volontà e istituzione divina, ha da rimanere tale in perpetuo». Inoltre, il Concilio Vaticano I (1870) ha proclamato: «Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa» . Vi sono altresì molti scritti dei Padri che sostengono l'indefettibilità della Chiesa, e d'altronde questo è l'insegnamento universale dei teologi.

(Fonte: CrisiNellaChiesa)

mercoledì 22 marzo 2017

Sindrome di Down

 

Strana società la nostra, cosiddetta emancipata ed evoluta! In essa alberga un moderno Giano bifronte, due teste, due facce, due cervelli, due sguardi diversi.
Da decenni ormai gli Stati, effettuando la diagnosi pre-natale, promuovono l'eugenetica, al fine di poter avere una società che nasca sana, perfetta e senza tare genetiche. In modo particolare la tara genetica più combattuta nel grembo materno è la Sindrome di Down. Sono migliaia i bimbi Down che vengono abortiti, solo perché sono Down. Si rifiuta a priori un bambino solo perché è Down. Lo si uccide, senza pietà nel grembo materno, non volendo dargli la possibilità di nascere e di vivere.
 
Nel contempo si celebra la 'Giornata del Down'. Se questa non è schizofrenia di uno Stato, di una società, cos'è? Lo Stato da la vita, lo Stato da la morte!  Una Nazione che uccide i suoi cittadini più indifesi invece di tutelarli non è degna di essere chiamata civile, né una società che rifiuta di spendersi per i più deboli.
 
Proprio ieri 21 marzo, primo giorno di primavera e giorno in cui la Chiesa Cattolica, fino a qualche anno fa, celebrava San Benedetto, abate, si è festeggiata la 'Giornata mondiale della sindrome di Down'.
 
 
Facciamo in modo che nelle nostre famiglie ogni vita sia accettata ed amata anche se non all'altezza delle nostre aspettative. Un bambino disabile è pur sempre un dono, creatura da amare e curare.
 

 

 
 
 

martedì 21 marzo 2017

Con Lutero? Impossibile!


di Stefano Fontana (19-03-2017)

In questo 500° anniversario della 'Riforma luterana', i cattolici – soprattutto uomini di Chiesa e teologi – sembra abbiamo scelto di puntare su due aspetti. Il primo è quello delle intenzioni soggettive di Lutero piuttosto che i contenuti dogmatici della 'Riforma'. Il secondo è di fare comunque “un tratto di strada insieme” indipendentemente dalle questioni dottrinali.
 
A ben vedere, però, ambedue queste sottolineature sposano già la prospettiva luterana, sono interne alla 'Riforma' in quanto ne accettano due importanti presupposti. È evidente che la 'Riforma' deve molto alla soggettività di Lutero, alla sua vicenda interiore, al suo carattere. La sua biografia sia psicologica che spirituale non va messa da parte. (...)Però non va nemmeno assolutizzata, facendone l’unico focus. La tendenza odierna è invece proprio questa, sostenendo che Lutero non voleva una rivoluzione ma una riforma della Chiesa.
 
Fino a ieri la linea cattolica era di dire che la 'Riforma' non è stata una riforma ma una rivoluzione. Ora si dice il contrario.
 
Il cardinale Kasper nel suo ultimo libretto su Lutero edito dalla Morcelliana dice infatti: “Lutero era un uomo desideroso di rinnovamento, non un Riformatore. Con questa istanza evangelica Lutero si poneva nella lunga tradizione dei rinnovatori cattolici che lo avevano preceduto. Si pensi soprattutto a Francesco d’Assisi“.
 
Sembra che le cose siano poste in questo modo: le intenzioni originarie di Lutero erano buone e legittime, poi la storia ha prodotto ostacoli e intralci di vario genere, causati non da ultima dalla Chiesa cattolica, provocando anche difficoltà di comunicazione come scrive padre Pani sul numero 4000 de La Civiltà Cattolica, sicché se si tolgono di mezzo gli ostacoli e le incomprensioni e se ci si ricollega alle intenzioni originarie di Lutero tutto può essere messo a posto. L’accostamento temerario tra Lutero e San Francesco la dice lunga sugli obiettivi di questa strategia.
 
Questa impostazione mette in secondo piano gli elementi di contenuto dottrinali della 'Riforma' per incentrarsi sulla buona fede del testimone. Ma un testimone è attendibile non solo per la sua buona fede bensì anche per le verità che dice. La concentrazione sulle intenzioni soggettive di Lutero accoglie già l’impostazione luterana delle cose. La fede, infatti, è sia l’atto del soggetto che crede, sia il contenuto creduto (gli esperti parlano di fides qua e di fides quae). Ora, per il cattolico le due cose vanno tenute insieme, ma per il luterano no, vale solo la prima. La fede nel senso luterano del termine è un “fidarsi”, è una fede fiduciale in Cristo. Padre Roberto Coggi, OP, nel suo ultimo libro su Lutero edito dallo Studio Domenicano di Bologna, spiega bene che quella di Lutero è una “fede senza dogmi”.
Concentrare l’attenzione solo sulle intenzioni soggettive di Lutero è quindi già un collocarsi nella prospettiva luterana della centralità della coscienza individuale e di una fede senza argomenti.
 
Anche l’altro aspetto su cui i cattolici insistono in questo cinquecentesimo anniversario presenta queste caratteristiche. “Fare una tratto di strada insieme” significa anteporre la prassi, un comune agire, alla dottrina. È difficile fare una simile proposta ai Riformati. Se si vuole fare un tratto di strada insieme nonostante le diversità dottrinali ci si dovrebbe rifare alla legge morale naturale, che però Lutero nega, in quanto frutto di una ragione “meretrice”. Non è difficile riscontrare, nel dialogo ecumenico, una notevole difficoltà a trovare accordi pratici per esempio sulle questioni di bioetica e biopolitica e sui cosiddetti “nuovi diritti”, il che dimostra come sia impossibile “camminare insieme” senza i dovuti chiarimenti dottrinali.
 
In ogni caso, questa priorità della prassi sulla dottrina è una posizione tipicamente luterana. Il Monaco infatti era interessato non a conoscere ma a sentirsi in grazia, come acutamente fanno notare tanti suoi interpreti da Maritain a P. Coggi. Il suo interesse non era per Cristo in sé, ma per Cristo per lui. Egli mirava a fare esperienza della salvezza di Cristo, non a conoscerlo. Il suo intento, in altri termini, era eminentemente pratico.
 
Anche tra i cattolici oggi si pensa alla fede più come esperienza che come conoscenza e viene da chiedersi se non sia per effetto dell’influenza protestante. La verità di Cristo viene in secondo piano per Lutero, che separa il Cristo della fede dal Cristo della storia. La demitizzazione del Vangelo potrebbe diventare anche totale, come cercherà di fare Rudolf Bultmann, ma ciò non intaccherebbe la fede, che non ha bisogno di argomenti.
Come motivare la scelta di queste due ottiche così consenzienti nei confronti della Riforma se non come segno di una disponibilità perfino eccessiva ad affrettare i tempi su molte questioni ecumeniche spinose?
(fonte: lanuovabq.it)

venerdì 17 marzo 2017

Perchè ci ammaliamo


Il Prof. Espedito De Leonardis il 20 gennaio scorso,  ha tenuto un interessante seminario presso l'Università Regina Apostolorum di Roma.
Circa la tematica al centro del seminario in un'intervista ha dichiarato: “Approfondendo i miei studi mi resi conto che il corpo umano era come un ologramma e che qualunque terapeuta che avesse avuto una chiave olografica poteva averne accesso e modificarlo. Era per questo che uno stesso problema poteva essere risolto sia da uno psicologo, da un medico, da un chiropratico, osteopata, fisioterapista o da un agopuntore (io aggiungo omeopata). Da qui la deduzione che un’emozione condiziona un organo target, altera la sua chimica e si manifesta a livello strutturale.

Cominciai allora a rivedere il corpo e a considerarlo come un’armonia interrotta dal disagio della persona che si traduceva in malattia”.
 
E prosegue: “Ho quindi cominciato a cercare l’espressione fisica delle emozioni e tutte le possibili tecniche per migliorare quella condizione di alterata armonia che definiamo malattia. Il corpo è un continuo fluire di energia che è legata essenzialmente ai bisogni che sono espressi dalle emozioni. Le emozioni, a loro volta sono veri e propri bisogni primari e rinnegarle e non riconoscerle porta ad uno stato di disagio fisico”.
Il lavoro che il docente porta avanti, parte dal presupposto che il corpo sia la “fisicità” della mente ma che, al tempo stesso, la mente non sia confinata nel cervello.
 
Tratto da QUI

giovedì 16 marzo 2017

Un pontificato disastroso

 
di Roberto de Mattei (15-03-2017)

Il quarto anniversario della elezione di Papa Francesco vede la Chiesa cattolica lacerata da profonde divisioni. «È una pagina inedita nella storia della Chiesa – mi dice con tono preoccupato un alto prelato vaticano – e nessuno può dire quale sarà l’esito di questa crisi senza precedenti».
I mass-media, che fin dall’inizio avevano espresso un massiccio appoggio a papa Bergoglio, cominciano a manifestare qualche perplessità. «Mai si sono viste tante opposizioni al Papa, nemmeno ai tempi di Paolo VI», ammette lo storico Andrea Riccardi, secondo cui, tuttavia, «la leadership papale è forte» (Corriere della Sera, 13 marzo 2017). Troppo forte per molti che accusano il Papa di autoritarismo e che vedono la conferma del clima di paura che regna in Vaticano nelle contestazioni anonime espresse da manifesti, epigrammi, video che girano sul web. Sarcasmo e anonimato sono le caratteristiche del dissenso che si produce nei regimi totalitari, quando nessuno osa uscire allo scoperto per timore delle ritorsioni del potere.
E oggi nella Chiesa la resistenza a papa Bergoglio cresce. Il sito LifeSiteNews ha pubblicato una lista dei vescovi e cardinali che hanno pubblicamente espresso il loro appoggio o la loro opposizione ai dubia presentati il 16 settembre 2016 al Papa da quattro cardinali. Non sono pochi, e ad essi si deve aggiungere la voce di chi, come il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, critica il pontificato bergogliano per la sua politica in favore del governo comunista cinese, che definisce «dialogo con Erode».
 
I cattolici fedeli all’insegnamento perenne della Chiesa denunciano la novità di un pontificato che, de facto, stravolge la morale tradizionale. I novatori sono insoddisfatti di un’“apertura” che avviene in maniera solo implicita, senza materializzarsi in gesti di reale frattura con il passato. Il corrispondente dello Spiegel, Walter Mayr, lo scorso 23 dicembre, ha riportato alcune parole che il Papa avrebbe confidato a un gruppo ristretto di collaboratori: «Non è escluso che io passerò alla storia come colui che ha diviso la Chiesa Cattolica».
La sensazione è di essere alla vigilia di uno scontro dottrinale interno alla Chiesa, che sarà tanto più violento quanto più si cercherà di evitarlo o di rinviarlo, con il pretesto di non incrinare un’unità ecclesiale che da tempo è dissolta. Ma c’è una seconda guerra che incombe, questa volta non metaforica. Il quarto anniversario del pontificato ha coinciso con le pesanti minacce del premier turco Recep Tayyip Erdoğannei confronti dell’Olanda, colpevole di non offrire le sue piazze ai propagandisti del sultano di Ankara. Lo stesso Erdogan, lo scorso novembre, ha minacciato di inondare l’Europa di milioni di migranti se Bruxelles interromperà i negoziati per un rapido ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Ma per papa Francesco queste masse migratorie sono un’opportunità e una sfida.
Proteggere i migranti è un «imperativo morale» ha ribadito nei giorni scorsi il Papa, che dopo l’istituzione di un dicastero pontificio per lo Sviluppo umano integrale, ha conservato per sé la delega ai migranti. Un brillante scrittore francese, Laurent Dandrieu, ha pubblicato un saggio dal titolo Église et immigration. Le grand malaise (Presses de la Renaissance, Paris 2016) in cui denuncia l’atteggiamento politico di papa Bergoglio, titolando un capitolo del suo libro: Da Lepanto a Lesbo, la Chiesa in un’idolatria dell’accoglienza?
 
Mentre l’Europa è sommersa da un’ondata migratoria senza eguali, papa Francesco, ha fatto del «diritto ad emigrare» e del «dovere di accogliere» i capisaldi della sua politica, dimenticando il diritto delle nazioni europee di difendere la propria identità religiosa e culturale.
 
È questa la “conversione pastorale” che egli esige dalla Chiesa: la rinuncia alle radici cristiane della società, su cui tanto avevano insistito Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per dissolvere l’identità cristiana in un confuso calderone multietnico e multi-religioso.
Il teologo prediletto del Papa, Víctor Fernández, Rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, spiega che la «conversione pastorale» va intesa, come una trasformazione «che conduca tutta la Chiesa ad una “Uscita da sé”, rinunciando a centrarsi su sé stessa», ovvero ad una rinuncia della Chiesa alla propria identità e alla propria tradizione, per assumere le molteplici identità proposte dalle periferie del mondo.
 
Ma l’invasione migratoria produce necessariamente una reazione dell’opinione pubblica, in difesa di tutto ciò che oggi è minacciato: non solo l’identità culturale, ma gli interessi economici, la qualità della vita, la sicurezza delle famiglie e della società.
 
Di fronte a una reazione che può manifestarsi in forma talvolta esasperata, la Chiesa cattolica dovrebbe svolgere un ruolo equilibratore, mettendo in guardia dagli errori contrapposti, come fece, nel marzo 1937 Pio XI, con le due encicliche di cui ricorre l’ottantesimo anniversario, la Divini Redemptoris, e la Mit Brennender Sorge, che condannavano, rispettivamente, comunismo e nazional-socialismo. Oggi come ieri, infatti, una falsa alternativa si delinea.
Da una parte i portatori di una religione forte, antitetica al cattolicesimo, qual’è l’Islam. Dall’altra i difensori di un’irreligione altrettanto forte, il relativismo. I relativisti cercano di prendere la direzione dei movimenti identitari, per dare loro una colorazione anticristiana. Il bergoglismo fa da battistrada a queste posizioni xenofobe e neopagane, permettendo ai relativisti di accusare la Chiesa di collusione con l’Islam. Il Papa dice che respingere gli immigrati è un atto di guerra. Ma il suo appello all’accoglienza indiscriminata alimenta la guerra.
 

lunedì 13 marzo 2017

Insieme non si può!

Se l’indiscrezione fosse vera, sarebbe veramente un fatto di gravità apocalittica, che richiamerebbe alla mente la profezia di Daniele sugli ultimi tempi. Il fatto che la notizia sia stata fornita da più fonti indipendenti le conferisce una certa attendibilità, anche se non possiamo escludere a priori che un allarme fasullo sia stato messo in circolazione a bella posta come un diversivo, per distogliere la nostra attenzione da altre questioni sensibili, come l’eutanasia e l’adozione di bambini da parte di coppie sodomitiche.
 
 Di che si tratta, in ogni caso? Da qualche settimana si vocifera di una segreta commissione vaticana che avrebbe ricevuto l’incarico di revisionare ulteriormente il rito cattolico della Messa per rendere possibile una communicatio in sacris con anglicani e protestanti, compresa la “concelebrazione” di ministri delle diverse confessioni.
 
La questione, nella sua inverosimile paradossalità, richiede degli approfondimenti a più livelli. Se siamo arrivati al punto che si possano anche solo immaginare ipotesi del genere, è probabilmente perché il sentimentalismo imperante, fondato sull’ignoranza e sulla disinformazione, ha talmente offuscato le menti che ormai nemmeno le peggiori enormità vengono più percepite come tali. Ad ogni modo – anche se in tempi normali sarebbe del tutto superfluo – occorre anzitutto ricordare che il cosiddetto “ministero” esercitato nelle comunità protestanti non ha alcun valore sacramentale, dato che esse non hanno l’Ordine sacro.
 
I loro ministri sono semplici laici e nella loro Cena, di conseguenza, non avviene assolutamente nulla; per lo stesso motivo non le si può chiamare “chiese” (com’è purtroppo divenuto abituale in casa cattolica), poiché in assenza del sacramento dell’Ordine la successione apostolica si è interrotta ed è quindi venuto meno un elemento costitutivo della Chiesa, insieme all’unità della fede, della comunione gerarchica e della vita di grazia.
 
Un cattolico non può quindi partecipare al culto anglicano o protestante, sia perché, non essendo quello stabilito da Cristo e trasmesso dagli Apostoli, non ha validità, sia per non dare l’impressione di prenderlo per buono aderendo alla falsa dottrina che vi è connessa, ovverossia (tra le altre cose) alla negazione della transustanziazione. È vero che, nel corso dei secoli, la Chiesa è intervenuta sulla forma di alcuni Sacramenti e sulla sua determinazione, ma non ne ha mai toccato la sostanza e, in ogni caso, l’ha fatto in modo legittimo, cioè tramite una decisione della suprema autorità.
 
Perfino la nuova Messa, elaborata con l’intenzione esplicita di renderla accetta agli eretici, è valida, sebbene assomigli terribilmente a quella anglicana (tanto è vero che un loro ministro, già trent’anni fa, a Londra mi confidò candidamente che usava abitualmente il rito di Paolo VI). È evidente che una “concelebrazione” tra ministri di diverse confessioni è non solo una mostruosità, ma anche qualcosa di impossibile a livello metafisico, nonché sul piano giuridico e dottrinale: gli altri
 
non sono sacerdoti,
 
non hanno la nostra stessa fede nell’Eucaristia
 
non sono in comunione gerarchica con noi.
 
Anche la cosiddetta intercomunione, che in Germania è prassi corrente ed è stata purtroppo ammessa anche in importanti ricorrenze con grande afflusso di fedeli, è un abuso gravissimo: non solo chi vi accede non assolto da peccati gravi commette un sacrilegio (come quei poveri cristiani che non hanno la Confessione e non credono alla Presenza reale), ma di fatto, pur accedendo insieme al Sacramento dell’unità per eccellenza, siamo e rimaniamo divisi, non per motivi puramente storici o disciplinari, come si vorrebbe far credere, ma per ragioni più che sostanziali. L’unica via verso un’unità reale – piuttosto che immaginaria o velleitaria – è la conversione dei non-cattolici alla vera fede e il loro ritorno in seno all’unica Chiesa di Cristo.
 
Tratto da LA SCURE DI ELIA

giovedì 9 marzo 2017

Un Pastore indegno

Chiediamo le dimissioni di Mons. Vincenzo Paglia dal suo ruolo di Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e di Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia.
Abbiamo assistito con sgomento alle dichiarazioni rese da Mons. Vincenzo Paglia sulla figura di Marco Pannella (vedi video 
qui).

Affermare di ‘Marco’ che “ha speso la sua vita in particolare per gli ultimi“, che ha lottato “per la difesa della dignità di tutti” è semplicemente falso. Auspicare che lo spirito di “Marco ancora vivo e ispiratore di una vita più bella non solo per l’Italia ma per questo nostro mondo”, ci preoccupa profondamente. E che dire poi di queste altre affermazioni? “Lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in quella stessa direzione”, “Pannella, uomo di grande spiritualità”  “una grande perdita per questo nostro Paese”, “ha speso la vita per gli ultimi”, “in difesa della dignità di tutti, particolarmente dei più emarginati… Pannella è veramente un uomo spirituale”, è “un uomo che sa aiutarci a sperare nonostante le notizie, la quotidianità ci metta a dura prova”, “il Marco pieno di spirito continua a soffiare”, “Pannella diceva: è lo spirito che nonostante tutto muove la storia e a noi chiede di assecondarla e di continuare a soffiare nel suo verso”, “Marco ispiratore di una vita più bella non solo per l’Italia, ma per questo nostro mondo, che ha bisogno più che mai di uomini che sappiano parlare come lui… io mi auguro che lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in quella stessa direzione”. Parole ed elogio davvero inaccettabili! E' uno scandalo!

Le battaglie di Pannella e dei radicali sono state nel segno della cultura della morte:

  • Contro la famiglia e il matrimonio indissolubile
  • Contro la vita nascente con l’aborto in tutte le sue forme
  • Contro la dignità del procreare, appoggiando la produzione dell’uomo con le tecniche di fecondazione extracorporea
  • Contro la dignità dell’uomo promuovendo varie forme di consumo di droga e liberalizzazione della stessa
  • Contro la dignità della sessualità matrimoniale promuovendo la contraccezione e le ideologie gay
  • Contro la vita nelle battaglie per l’eutanasia e il suicidio assistito.

Quanto affermato pubblicamente da mons. Paglia dimostra la sua palese indegnità a presiedere la Pontifica Accademia per la Vita e di fungere da cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia.
Invitiamo Mons. Paglia a rassegnare le dimissioni o, in caso di rifiuto, chiediamo pubblicamente che venga rimosso da questi incarichi“.


Aderiscono:


Fonte: www.retiunificate.it

lunedì 6 marzo 2017

La Vergine Maria, custode della Fede Cattolica



"Gaude Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo". "Rallegrati, Vergine Maria: tu da sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero".
 
Questo si leggeva, sino al Concilio Vaticano II, nel Breviarium RomanumLa Madonna era celebrata come debellatrice di ogni errore dottrinale, come custode e garante indiscussa della Fede cattolica. 

Poi certi termini sono caduti in disuso, ritenuti ormai superati e poco adatti al mondo contemporaneo. E negli ultimi decenni la Madonna è diventata semplicemente Maria, l’umile ragazza di Nazareth, più o meno illibata, servizievole, buona moglie e madre di famiglia e niente più. È il mito della “ferialità” della Vergine Santissima. Sia chiaro, la Madonna è stata anche tutto questo, ma non può assolutamente essere ridotta a ciò.
 
Secoli e secoli di Teologia cristiana hanno fatto sì che davvero 'de Maria numquam satis', con buona pace dei modernisti. Di Maria Santissima non diremo mai abbastanza. Di qui i dogmi e i privilegi mariani riconosciuti dalla Chiesa nel corso della storia: la Verginità perpetua, la Maternità divina, l’Immacolata concezione, l’Assunzione, senza dimenticare la proclamazione della sua Regalità e in attesa del riconoscimento dogmatico di Maria come Mediatrice di tutte le grazie e Corredentrice. 
La Madonna, già nel protovangelo (cf. Gen 3,15) ha visto delineata la missione affidatagli da Dio. "Ipsa conteret caput tuum": è Maria Santissima che, cooperando all’opera della Redenzione in maniera tutta speciale, schiaccia il capo dell’infernale nemico. Proprio Lei assicura la vittoria sul demonio ad ogni singolo cristiano che le è devoto e alla Chiesa, di cui è Madre. La storia lo dimostra in modo inequivocabile. E testimonia pure come gli interventi della Madonna siano stati tutt’altro che feriali e dimessi. Anzi, potremmo dire, forse banalizzando un po’, che Nostra Signora è stata, è e sarà sempre tutt’altro che politicamente corretta. Basti prendere ad esempio alcuni episodi.
Chi ha assicurato la vittoria della Cristianità sul nemico islamico che minacciava di invadere l’Europa e persino la Basilica di San Pietro? A Lepanto (1571), così come a Vienna (1683), è stata proprio la Madonna a proteggere e guidare l’esercito cristiano. I Papi delle due battaglie hanno visto il suo materno intervento nelle vittorie conseguite. Infatti, dopo Lepanto san Pio V istituì la festa della Madonna del Rosario (la vittoria era stata ottenuta con questa potentissima ed efficacissima preghiera) e inserì nelle litanie lauretane l’invocazione Auxilium christianorum, ora pro nobis; dopo Vienna, invece, il beato Innocenzo XI riconobbe l’intervento della Madonna e istituì la festa del Santissimo Nome di Maria, che tanto era stato invocato dai buoni soldati cristiani. A quanto pare, dunque, la Vergine Maria non gradisce l’islamizzazione europea e non si è mai mostrata favorevole, ovviamente facendo la volontà del Figlio suo, verso il dialogo interreligioso così come lo si intende oggi. Che debba essere accusata di islamofobia e intolleranza?
 
Poi vi sono altri eventi. Forse non tutti conoscono uno splendido intervento mariano nella Guerra dei Trent’anni, che vide opporsi cattolici e protestanti. Nel 1620, l’esercito cattolico ottenne una vittoria epocale nella battaglia della Montagna Bianca. In questo modo, il dilagare della rivoluzione protestante venne frenato. Il successo si ebbe grazie ad una tavoletta raffigurante la Madonna e trovata in Boemia da un padre carmelitano scalzo. Dopo essere stata portata in trionfo in tutta Europa, oggi questa immaginetta si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria (Qui una breve storia dell'accaduto). Anche questo fatto, che i modernisti evitano di ricordare, sta con ogni evidenza a sottolineare che la Madonna non è ecumenica. E forse proprio per questo oggi verrebbe scomunicata. Così come verrebbe seriamente redarguita da certe autorità ecclesiastiche per quel che si è permessa di fare con Alfonso Ratisbonne, il 20 gennaio 1842. Mentre visitava la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma, il Ratisbonne, che era ebreo, ebbe la visione della Madonna, che in pratica lo portò a convertirsi al Cattolicesimo e addirittura a farsi sacerdote. La Madre di Dio ha quindi confermato che solo in Cristo c’è Salvezza e che pertanto anche gli ebrei devono convertirsi a Lui. La comunità ebraica di oggi griderebbe allo scandalo, purtroppo insieme a molti cattolici, e sosterrebbe che la Vergine Maria è antigiudaica e, forse, persino un po’ antisemita. Non bisogna poi dimenticare i miracoli mariani avvenuti durante l’invasione giacobina dell’Italia alla fine del Settecento. Numerosi dipinti della Madonna, anche davanti allo stesso Napoleone, girarono gli occhi e piansero. La Vergine dunque non era contenta della Rivoluzione francese, né degli ideali da essa scaturiti. Una Madonna rivelatasi antimoderna, quindi, e contro quei presunti “diritti” dell’uomo voluti dalla massoneria. Prima di queste vicende, ce n'è anche un'altra che merita di essere menzionata: l’apparizione della Madonna di Guadalupe, in Messico, nel 1531, quindi nell’epoca dei conquistadores spagnoli. La Vergine apparve ad un azteco convertito al Cristianesimo, san Juan Diego. Anche qui non si può non intravedere la benedizione che la Madonna diede all’opera di evangelizzazione delle Americhe portata avanti soprattutto dalla Spagna. Eppure oggi c’è chi ancora parla di imposizione della Fede con la forza, di colonialismo becero e quant’altro. Come in tutte le opere umane, ci sono luci e ombre. Ma l’aver condotto a Cristo un intero Continente è stato davvero un capolavoro della grazia divina, confermato, per l’appunto, dall’apparizione mariana tanto cara ai messicani e non solo. Infine, ma l'elenco sarebbe ancora molto lungo, non si può non parlare di Fatima. Innanzi tutto perché a Fatima, nel 1917, la Madonna ha messo in guardia l’umanità dal comunismo, con buona pace di quei tanti cattolici che, ieri come oggi, cercano un dialogo con le forze di sinistra. In secondo luogo perché proprio a Fatima la Vergine, oltre a esortare alla penitenza per la conversione dei peccatori (altro concetto risibile per i modernisti), ha profetizzato la crisi di fede che sarebbe avvenuta nella Chiesa e di cui siamo oggi testimoni diretti. Accanto a questo ha promesso il Trionfo del suo Cuore Immacolato. Un Trionfo che, si deve pensare, non sarà solo nei cuori dei suoi devoti, ma anche su tutta la società. Un Trionfo che porterà finalmente al cosiddetto Regno di Maria, un regno in cui la regalità sociale di Cristo sarà pienamente attuata, sempre con buona pace di chi ora straparla di laicità positiva e di libertà religiosa. D’altronde, alcuni prodromi li si è visti, per un po’, nelle vicende politiche del Portogallo. Nel 1931, dopo un periodo di grande caos e anticlericalismo diffuso, l’episcopato portoghese, rispondendo all’invito della Vergine, consacrò la Nazione al suo Cuore Immacolato. E il Portogallo non solo fu preservato dalle guerre, ma nel 1932 vide diventare capo del governo il prof. Antonio de Oliveira Salazar, fervente cattolico e amico intimo sia del patriarca di Lisbona, il cardinal Cerejeira, sia di suor Lucia, la veggente superstite di Fatima. Con Salazar si ebbe un ritorno all’ordine sociale cattolico, lo Stato tornò ad avere ottimi rapporti con la Chiesa, aumentò il numero di matrimoni religiosi e crebbero le vocazioni. (...) La stessa suor Lucia ebbe da Dio l’incarico di esortare i vescovi portoghesi a sostenere Salazar alle elezioni del 1945. Pur rilevando alcuni limiti, la Veggente fece sapere che «Salazar è la persona che Dio ha scelto per continuare a governare la nostra patria, è a lui che saranno accordate la luce e la grazia per condurre il nostro popolo per le strade della pace e della prosperità». Dal che si evince l’approvazione dall’Alto, almeno relativa, di un governo di destra corporativa, certo non corrispondente ai canoni democratici prevalenti. E Salazar si recava a visitare suor Lucia, le telefonava e implorava le sue preghiere quando si trovava schiacciato da pesanti preoccupazioni. 

Che aggiungere dopo questo breve excursus? Come scriveva Plinio Corrêa de Oliveira, Maria è «la patrona di quanti lottano contro la Rivoluzione. La mediazione universale e onnipotente della Madre di Dio è la più grande ragione di speranza dei contro-rivoluzionari. E a Fatima Ella ha già dato loro la certezza della vittoria». Dovremo passare attraverso i castighi, ma alla fine il Cuore Immacolato di Maria trionferà. E per diventare davvero i soldati e gli apostoli della guerra contro satana, affrettando così la preannunciata primavera, dobbiamo consacrarci alla Madonna, farci suoi schiavi, diventare suoi cavalieri. 
Cor Jesu, adveniat Regnum tuum! Adveniat per Mariam!
 
(di Federico Catani  -
Tratto da da "Il Settimanale di Padre Pio", numero 23 del 9 giugno 2013)
 
 
 
 
 
 

 
 

venerdì 3 marzo 2017

Eutanasia: omicidio di Stato!


 
Nessun malato sarà più al sicuro con la legalizzazione delle dat/eutanasia.
 
E’ ingenuo pensare che la legalizzazione dell’eutanasia sia una questione di diritti civili e di rispetto della libertà dei singoli individui che vogliono morire senza soffrire.
 
La legalizzazione dell’eutanasia individuale volontaria è solo un passaggio intermedio per forme di eutanasia generalizzate e obbligatorie. 



L’obiettivo che si pone la legalizzazione dell’eutanasia è quello di ingenerare nella popolazione la convinzione che scegliere l’eutanasia sia una sorta di “dovere morale” nel momento in cui la persona comune non è o non si percepisce più come utile per la collettività e, quindi, si sente un peso per gli altri e per il sistema sanitario pubblico. Gli esempi delle società eutanasiche avanzate, come l’Olanda, sono univoci nel senso di favorire e apprezzare le richieste di eutanasia spinte dalla scelta di non gravare sulla collettività.
 
Il passaggio ulteriore è la negazione dei trattamenti sanitari gratuiti a carico del sistema sanitario per chi si ostina a voler sopravvivere in una condizione di vita comunemente ritenuta non degna: perché mai sottrarre risorse pubbliche per questi “egoisti”?
 
Risulta, in definitiva, fin troppo chiaro che l’ideale libertario dietro alle pressanti istanze di legalizzazione dell’eutanasia, che viene agitato per indurre a commozione gli spettatori, è uno specchietto per allodole. Un macabro specchietto per indurre più allodole possibile a togliere il disturbo (in termini di costi sanitari, di assistenza, di pensioni ecc.) quan non sono più utili. 



Anche nei risultati pratici immediati, peraltro, la legalizzazione dell’eutanasia individuale volontaria è una questione che attiene alla sicurezza e all’affidamento di tutti. Anche dei malati che vorrebbero sopravvivere. Perché, fino ad oggi, il malato che giunge in una struttura di cura ha la sicurezza che il personale sanitario è tenuto a far tutto quanto ragionevolmente possibile per salvargli la vita: è sicuro che, se avverrà il contrario, il personale sanitario potrà essere perseguito. Se verrà legalizzata l’eutanasia, questa basilare sicurezza verrà a mancare, per tutti i malati: anche per quelli che vorrebbero continuare a sopravvivere.  



Il disegno di legge che sta per essere approvato in Italia sulle d.a.t., asettico nomignolo che l’italica creatività ha escogitato per legalizzare l’eutanasia senza dirlo, ne è una eclatante – ed agghiacciante – conferma. 



Infatti, l’articolo 3 prevede la possibilità che “ogni persona maggiorenne e capace di intendere e volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi, può esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari ivi comprese le pratiche di nutrizioni e idratazione artificiali“. 



Visto che la dichiarazione preventiva può prevedere sia il consenso che il rifiuto dei trattamenti sanitari salva-vita, cosa avviene quando la dichiarazione preventiva non viene rilasciata e il malato giunga in stato di incoscienza? Dovrà presumersi il consenso (e quindi i medici dovranno far tutto quanto ragionevolmente possibile per salvargli la vita) oppure il rifiuto (e quindi i medici dovranno sopprimerlo)?
Si dirà, naturalmente, che dovrà presumersi il consenso. In realtà, la legge lascia intendere il contrario. Del resto, se il consenso doveva ritenersi presunto, perché mai lo si prevede come possibile oggetto delle d.a.t. al pari del rifiuto? E’ vero, al riguardo, che la legge mantiene (art. 1, comma 8) un fugace riferimento all’assicurazione dei trattamenti sanitari indispensabili nei casi di emergenza e urgenza, ma è anche vero che si specifica come ciò valga pur sempre “ove possibile nel rispetto della volontà del paziente” e che il medico va esente da responsabilità civile o penale soltanto quando rispetta la “volontà espressa dal paziente” (art. 1, comma 7). 
 


Ciò significa, all’evidenza, che se una persona ha dichiarato in anticipo di rifiutare certi trattamenti, giunge incosciente in ospedale e il medico gli salva la vita a costo di creare i presupposti per una qualità della vita che la persona riteneva indegna, il medico rischia di pagare personalmente in termini di responsabilità civili e penali. 
 
E si dovrà, quindi, immaginare che prima premura del medico di fronte a un incosciente non sia quella di curarlo al  meglio, ma di attaccarsi al telefono o alla banca dati informatica per tutelarsi e verificare se abbia rilasciato o meno testamento biologico.
 



Se verranno legalizzate le d.a.t., quindi, quando entrate in ospedale con la speranza di sopravvivenza non fatevi il segno della Croce soltanto per affidare a Dio la salute: fatelo anche perché non vi capitino sanitari che, non essendo certi che vogliate curarvi, nel dubbio vi lascino morire per non aver grane.
 
Articolo di Francesco Farri, avvocato a Firenze
Tratto da QUI