La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente, sospeso tra il passato ed il futuro, il creato e l'increato, il finito e l'infinito, l'azione e la preghiera, il bene e l'anelito di santità, le luci e le ombre, il dire e il fare, la gioia e il dolore, le parole e il silenzio, il visibile e l'invisibile, il donare e il ricevere, il familiare e l'estraneo, i profumi, i colori, i sapori della natura. Amo le porte, si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....




mercoledì 21 settembre 2016

Cose di cui non si parla più

VERGINITA'
 
(...)Si tratta di una vocazione sublime, che deve continuare ad essere ritenuta in altissima considerazione nella vita della Chiesa e che deve essere custodita e preservata educando senza paura i giovani al valore della verginità, non avendo nessunissimo timore di opporsi con forza, coraggio e sante motivazioni alla “sessolatria” dominante e ricordando che la verginità è custodia non solo di un’eventuale futura scelta di vita consacrata, ma anche della santità dei matrimoni, che hanno la pienezza della divina benedizione solo quando entrambi gli sposi, dominandosi, sanno portare all’altare il giglio della verginità, donando l’uno all’altra proprio questa perla preziosissima: l’illibatezza di un corpo inviolato, illibato, incontaminato, che da nessun altro sarà conosciuto se non da chi diventerà per sempre una cosa sola col coniuge. Cosa ci può essere di più bello, di più desiderabile, di più autentico di un tale (vero) amore? Che prima di dire il “sì” per sempre, ha saputo custodirlo con tanti “no”, anche a costo di non poche rinunce e sacrifici?

PUDICIZIA
 
Diversa dalla verginità è la pudicizia, che consiste nella capacità di mantenere la decenza e il pudore in tutti gli atti della persona, non solo in quelli a contenuto direttamente sessuale, ma anche in tutti quelli che, in qualche modo evocano questo mondo. Il pudore spinge a trattare il proprio corpo con “santità e rispetto” (1Ts 4,4) e non come oggetto da ostentare per provocare, sedurre ed eccitare, come purtroppo ormai quasi dovunque vediamo accadere.
 
Sia la donna che l’uomo hanno il dovere di non indurre le altre persone al peccato ostentando in maniera maliziosa il proprio corpo, evitando vesti indecenti o inappropriate, così come qualunque artificio che in qualche modo possa suscitare o risvegliare la concupiscenza nel prossimo.
In questo campo ha grandissima importanza l’educazione, tanto più quanto maggiormente i costumi contemporanei sono scivolati verso un’immodestia pressoché generalizzata, che non poche volte scade in volgarità o addirittura oscenità, che a loro volta sono tanto più gravi quanto più disinvoltamente e provocatoriamente ostentate ai quattro venti. (....
 
(....) senza (ovviamente) cadere in fanatismi o esagerazioni, in inutili anacronismi o in estremismi controproducenti, è necessario riscoprire il rispetto del proprio e dell’altrui corpo, una sana e santa eleganza nel vestirsi, il sentirsi a proprio agio (da parte delle donne) nella loro sacrosanta e benedetta femminilità, il riscoprire la vera dignità del corpo umano, tempio dello Spirito Santo e abitazione terrena dell’anima immortale, destinato ad essere rivestito e coronato di gloria nella misura in cui in questa vita avrà concorso alla santità di ogni singola persona, sarà stato custodito con dignità e rispetto, sarà stato trampolino di elevazione, abbellimento e nobilitazione dell’uomo e non strumento per la sua degradazione, avvilimento e abbassamento.
 

martedì 20 settembre 2016

Un annuncio sempre attuale


"L’insistenza sulle conseguenze etico sociali della fede, che sono il merito del magistero dell’attuale pontefice, una volta che fossero lette non in continuità con l’identità, finiscono per essere vissute in maniera negativa.

La premessa delle premesse non è che ci sono i poveri e che bisogna aiutarli, che pure va bene, ma che il Verbo di Dio si è incarnato, ha salvato il mondo e abita presso di noi.

Se questo è vero, la prima conseguenza è che noi dobbiamo condividere la vita dei nostri fratelli uomini in tutte le loro dimensioni e sfide.

Quindi deve essere chiaro il movimento intellettuale che la fede provoca, e chiunque lo sente deve viverlo.

Questa è l’essenza della tradizione magisteriale cattolica e dei papi che si sono succeduti e alla quale deve essere raccordato il magistero dell’attuale pontefice".
 
Intervista a Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara a cura di Cristiano Bendin (29-05-2016) Tratto da ilrestodelcarlino.it

lunedì 19 settembre 2016

Beata Vergine Maria di Covadonga

 Il 9 settembre il Messale Proprio della Spagna celebra la festa della Beata Vergine Maria di Covadonga, la quale, secondo la tradizione, è  apparsa ai soldati di Pelagio in una delle grotte vicino al villaggio dove l'armata si era radunata per passare la notte in preghiera, dando loro conforto e coraggio. Le milizie cristiane guidate da Pelagio, primo Principe delle Asturie, si preparavano alla battaglia di Covadonga che diede inizio alla guerra di liberazione della Spagna cattolica dagli occupanti maomettani.
 
Ecco la storia
 
L’anno di grazia del Signore 718, languendo tutte le Spagne sotto il giogo degli Infedeli musulmani invasori, il nobile cristiano Don Pelagio animò una prima rivolta contro il tiranno berbero Munūza di Leon. Essa tuttavia fu un fallimento e lo stesso Pelagio fu rinchiuso nelle carceri di Cordova, da dove tuttavia riuscì a scappare. Ritornato nelle Asturie, suscitò un’altra rivolta ben più consistente. L’emiro Ambasa inviò contro i Cristiani il generale Al Qama o Alqama, che, pur avendo a disposizione un esercito ben più numeroso e poderoso, fu messo in rotta presso nella valle di Cangas. I Mori, privati del loro capo, fuggirono fra i monti per salvarsi, ma per divina virtù il terreno, nei pressi di Cosgaya, vicino al fiume Deva, si aprì e inghiottì quei nemici della Croce, che furono espulsi da quelle contrade. Pelagio, che dopo la vittoria assunse il titolo di Re delle Asturie, attribuì la vittoria alla protezione della Vergine Maria, la quale gli fu garantita da un eremita che lo pregò di risparmiare la vita ad un soldato arabo che stava per trafiggere. La spelonca fu consacrata alla Madre di Dio al tempo di Alfonso I il Cattolico, successore di Pelagio, e prese così il nome di "Cova Dominica" (Grotta della Signora) donde l’attuale nome di Covadonga.
Covadonga divenne un simbolo contrapposto all'umiliazione della Battaglia del Guadalete. Tutto questo accadde l’anno 722, un secolo esatto dopo l’Egira, e segnò l’inizio di una guerra di liberazione della Spagna cattolica dal dominio saraceno che, sempre sotto gli auspici della Madre di Dio e dell’Apostolo San Giacomo, si concluderà con la vittoria definitiva della Croce sotto le mura di Granata il 2 gennaio 1492, quando la Spagna poteva considerarsi redenta e, libera dai lacci della perfidia giudaica e moresca, slanciarsi per conquistare a Gesù Cristo i popoli pagani del Nuovo Mondo.
 
 
 
 
 
Un luogo suggestivo e pieno di spiritualità dove la Madonna ispira i suoi figli ad impetrare le grazie necessarie per ottenere il trionfo di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, Signore dell'universo, che è venuto per portare a tutto il mondo il suo messaggio di riconciliazione tra il Cielo e la Terra.   
 

venerdì 16 settembre 2016

Monaci Benedettini di Norcia

 
Il terremoto del 24 agosto scorso che ha colpito il centro Italia ha causato gravi danni strutturali anche al monastero dei Monaci Benedettini di Norcia. Il terremoto ha colpito tutti gli edifici; sono stati danneggiati gli altari laterali, la cupola, le celle dei monaci, la biblioteca, gli intonaci, la birra di produzione monastica.
La Basilica, che al momento è inagibile ha subito gravissimi danni, in particolare la facciata si è separata dal resto della Chiesa e l'altare di san Benedetto è quasi completamente crollato, tanto che se ci fosse stato un monaco a celebrare la Santa Messa quella mattina, sarebbe sicuramente morto travolto dalle macerie. Il Priore padre Cassian, contattato subito dopo il sisma, ha scritto una lettera per informare tutti coloro che si erano preoccupati delle loro condizioni e, tra le altre cose, scrive che loro sono tutti salvi grazie al fatto che, essendo la festa liturgica di san Bartolomeo apostolo, all'ora delle scosse erano già tutti in piedi, per aver anticipato la sveglia di mezz'ora.
 
Ecco cosa scrive:
 
"Mercoledì 24 agosto era la festa di San Bartolomeo, giorno in cui il Mattutino doveva iniziare alle 3.45. Intorno alle 3.30, quando eravamo già tutti in piedi, ringraziamo Dio, la terra ha iniziato a tremare. Abbiamo altre esperienze di terremoti nei sedici anni passati qua a Norcia, ma mai niente di simile. Fa una gran paura sentire la terra ruggire e vedere l’edificio dondolare di qua e di là quasi fosse ubriaco. Istintivamente siamo tutti usciti e ci siamo assembrati fuori, nella piazza davanti al monastero. Ci siamo stretti l’uno all’altro per via del freddo, mentre nuove scosse facevano scricchiolare la terra sotto i nostri piedi. I monaci e i cittadini si sono tutti ritrovati spontaneamente sotto la statua di San Benedetto che si trova al centro della piazza. I monaci hanno iniziato a pregare il Rosario e molti cittadini si sono uniti a loro. Quindi abbiamo ringraziato Dio con tutto il cuore per averci risparmiato la vita."
 
 
La chiesa e il suo monastero, amatissimi in tutto il mondo, sorgono esattamente sul luogo dove nell’anno 480 nacquero Benedetto e la sorella gemella Scolastica. I monaci che qui vivono sono 15, hanno un'età media di 34 anni e provengono da paesi diversi, ma sono a maggioranza statunitense. Sono qui ormai da sedici anni: in preghiera, solitudine, lavoro, digiuno, canto, separati dal mondo. Il monastero ha un birrificio, un negozio, una biblioteca e stava dando vita a un’azienda agricola. Tutto frutto dell'opera dei monaci che si sono impegnati, sin dal loro arrivo a Norcia, a far rivivere i luoghi di san Benedetto, col restauro delle varie strutture ivi presenti. Il sisma della notte del 24 agosto, ha travolto anche le mura della casa natale di Benedetto "e le cose costruite con sudore e impegno fino a ieri sono state fatte a pezzi oggi, in un battito di ciglia." Così scrive il Padre Priore che continua: "Ma non siamo nelle mani del mondo, siamo nelle mani della Provvidenza. Certo, avremo bisogno del vostro aiuto per iniziare il progetto di ricostruzione (sul nostro sito sono già segnalate le possibilità di effettuare donazioni per i restauri) ma soprattutto delle vostre preghiere. Pregate per noi e per chi ha perso la vita, i propri cari e la propria casa nei paesi di montagna qui vicino. Andate a messa, aiutateci con il rosario, i sacrifici e il digiuno".

Rispondiamo all'appello di Padre Cassian, come meglio possiamo. Egli ci chiede donazioni in denaro ma soprattutto di andare a Messa e pregare e di fare sacrifici e digiuni. Un modo bellissimo di essere vicini a loro e a tutta la popolazione colpita dal terremoto.
 
Questo il sito ufficiale dei Benedettini https://it.nursia.org/
 
Qui i monaci tengono un diario dei giorni del post-terremoto 

giovedì 15 settembre 2016

Ingruentium Malorum

'Dei mali che avanzano' è un'Enciclica, profetica e quanto mai attuale, pubblicata il 15 settembre 1951 e scritta dal Santo Padre Pio XII per invitare alla recita del Santo Rosario nel mese di ottobre. Essa vuole essere un invito a confidare nel patrocinio di Maria soprattutto nei momenti più difficili. Tra i mali che più affliggono i popoli e gli esseri umani il Papa individua i gravi dissidi fra le nazioni, la persecuzione della Chiesa in vari Stati, le numerose insidie alle quali è esposta la gioventù. L'Europa vive il doloroso e tristissimo dopoguerra ed il Santo Padre pensa in particolare ai prigionieri nei campi di concentramento tra i quali vi sono "anche vescovi allontanati dalle loro sedi per avere eroicamente difeso i sacrosanti diritti di Dio e della chiesa; (...) figli, padri e madri di famiglia, strappati dal focolare domestico e costretti a condurre lontano una vita infelice in terre sconosciute, sotto altri climi." 
 
Il Papa invita tutti i fedeli alla recita del Santo Rosario nel prossimo mese di ottobre come potente mezzo per custodire la concordia in famiglia e per alimentare le virtù cristiane, per implorare la pace fra i popoli, il rispetto dei diritti della Chiesa, il conforto dei perseguitati e dei sofferenti.
 
Inoltre esorta tutti a recitare il Rosario in famiglia, insieme davanti ad un'immagine della Madonna, ciò avrà come conseguenza che "la casa della famiglia cristiana, fatta simile a quella di Nazaret, diventerà una terrestre dimora di santità e quasi un tempio, dove il rosario mariano non solo sarà la preghiera particolare che ogni giorno sale al cielo in odore di soavità, ma costituirà altresì una scuola efficacissima di virtuosa vita cristiana."
 
Nelle battute finali dell'Enciclica il Papa, sicuro della potenza della preghiera del Santo Rosario, scrive:
 
"Non esitiamo quindi ad affermare di nuovo pubblicamente che grande è la speranza da Noi riposta nel santo rosario, per risanare i mali che affliggono i nostri tempi. Non con la forza, non con le armi, non con la umana potenza, ma con l'aiuto divino ottenuto per mezzo di questa preghiera, forte come Davide con la sua fionda, la chiesa potrà affrontare impavida il nemico infernale, ripetendo contro di lui le parole del pastore adolescente: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con lo scudo: ma io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti ... e tutta questa moltitudine conoscerà che il Signore non salva con la spada, né con la lancia» (1 Re 17, 44.49)."
 
 
Il giorno odierno è dedicato alla Vergine Addolorata e credo sia il giorno perfetto per rivolgerci a colei che più di tutti ha sofferto sulla terra per impetrarne la materna protezione e la liberazione dai mali che affliggono noi e la nostra umana società.
 

mercoledì 14 settembre 2016

Esaltazione della Santa Croce


L'arte ha dato il meglio di sé nella sezione figurativa, quando nei secoli passati ha raffigurato i temi della nostra Santa Religione. Ogni dipinto è insieme un capolavoro d'arte ed un atto di pietà e di amore verso Il Signore, la Sua Santa Chiesa, i Santi e la Vergine Maria.
 
 
 
 
 
 

Ave Crux Spes Unica

 Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)
 
“Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!” Così la Chiesa ci fa dire nel tempo di passione dedicato alla contemplazione delle amare sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.
Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perché è stato obbediente fino alla morte di Croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre. Se vuoi essere la sposa del Crocifisso devi rinunciare totalmente alla tua volontà e non avere altra aspirazione che quella di adempiere la volontà di Dio.
Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perché ha scelto la povertà. Chi vuole seguirlo in modo perfetto deve rinunciare ad ogni possesso terreno. Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con il cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore. Per poterlo seguire in santa castità, il tuo cuore dev’essere libero da ogni aspirazione terrena; Gesù Crocifisso dev’essere l’oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero.
 
Il mondo è in fiamme: l’incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al Cielo. Chi l’abbraccia con fede, amore, speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità.
Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell’inferno.
Attraverso la fedele osservanza dei voti religiosi rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell’amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra.
Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore Divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere.
Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita”.
(Edith Stein, Dottrina, Testi inediti, Roma, pp. 127-130)
 
 
 

martedì 13 settembre 2016

Un Magistero calpestato

2. Oggi, per un efficace lavoro nel campo della predicazione, bisogna prima di tutto conoscere bene la realtà spirituale e psicologica dei cristiani che vivono nella società moderna.
 
Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata;
 
si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia;
 
immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva. Bisogna conoscere l’uomo d’oggi per poterlo capire, ascoltare, amare, così com’è, non per scusare il male, ma per scoprirne le radici ben convinti che c’è salvezza e misericordia per tutti, purché non siano rifiutate coscientemente e ostinatamente.
 
(Giovanni Paolo II – Discorso 6 febbraio 1981).
 
DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
AL CONVEGNO NAZIONALE
"MISSIONI AL POPOLO PER GLI ANNI 80"
 
Tratto da qui

venerdì 9 settembre 2016

Anch'io sono un cattosauro!

C’era una volta il cattosauro (e c’è ancora….)

        
  
di Tommaso Scandroglio
09-09-2016

Finirà presto nel Museo delle Scienze religiose. Stiamo parlando del cattosauro. Ne esistono ancora degli esemplari, ma – a parte qualche eccezione – vengono allevati in stato di cattività. Reclusi in spazi angusti e non più liberi di scorrazzare in un ambiente sano, dottrinalmente salubre, in quelle praterie verdi che nel cretaceo erano costantemente assolate dalla verità e dove le nebbie del dubbio e del confronto non esistevano. È proprio vero: le mutazioni climatiche sono una tragedia.
 
Il cattosauro, retaggio dell’era glaciale preconciliare, è in via di estinzione. Il problema è legato all’ecosistema in cui oggi si trova a vivere. Troppi veleni chimici – pensiamo alle varie pillole abortive e contraccettive – scarsità di femmine e maschi adatti ai loro ruoli, costantemente oggetto di preda di varie specie imbastardite come i cattodem e i cattoprog i quali furono centrati in pieno dai meteoriti del modernismo, ma sopravvissero, seppur con importanti mutazioni genetiche nell’ortodossia.
 
Il cattosauro, invece, mal si adatta all’era post-moderna. Lui, sin dal cretaceo, è sempre stato monogamico e invece cercano in tutti i modi di addestrarlo alla promiscuità; è sessualmente stanziale e all’opposto tentano di spingerlo alla sessualità nomade; si accoppia ancora con un membro della sua specie di sesso differente e si imbizzarrisce non poco se qualcuno del suo stesso sesso gli lancia ammiccamenti lascivi; è abituato a figliare, altrimenti non sarebbe arrivato sin qui; dialoga, ma conserva la sua voce e non si mette a muggire per compiacere le vacche.
 
Lo tacciano giustamente di essere primitivo perché sia la sua struttura fisica-dottrinale sia il suo comportamento sono semplici, di base: crede ancora in un solo Dio e pensa che anche tutti le altre specie di credenti – ebrei e islamici compresi – dovrebbero convertirsi a quest’unico Dio; ritiene in modo incrollabile che dopo morti ci siano premi e castighi per tutti (cose da tombe egiziane, commenta qualche illuminato specialista); ripete in modo ossessivo – a parere degli etologi religiosi come Vito Mancuso e Alberto Melloni – condotte stereotipate, come pregare, a volte utilizzando il rosario come l’uomo della pietra usava il coltello in selce, recarsi a Messa alla domenica, digiunare in certi periodi non per scarsità di cibo ma per amore, sottoporsi a strani riti che, secondo sempre i paleontologi più accreditati, erano riti più magici che ragionevoli: cospargere di acqua la testa di un neonato, ungere con dell’olio dei ragazzi, inginocchiarsi davanti ad un membro della sua stessa specie con una stola viola sulla spalle per confessare l’inconfessabile, mangiare del pane credendo che sia Dio e via dicendo.
 
In breve, il cattosauro è un’anomalia evolutiva secondo la teoria darwiniana, un fossile vivente che contraddice tutte le leggi pastorali varate di recente, una specie di celacanto religioso, una bizzarria buona solo per un Super Quark teologico. Non dovrebbe esistere e, infatti, fanno di tutto per eliminarlo, schiacciarlo come la zanzara Zika, oppure se va bene - come dicevamo più sopra – tentano di rinchiuderlo in una riserva protetta. La soppressione del cattosauro è doverosa perché, ne sono certi gli infettivologi vaticanisti, il cattosauro può veicolare malattie. L’ortodossia recidivante, il cattolicesimo in forma integrale che può evolversi nel buon senso metastatico, il giudizio retto che provoca occlusioni agli apparati stupidi, la cronicità e irreversibilità del vincolo coniugale, la necrosi dei tessuti molli dei sistemi complessi quali i consigli pastorali e le facoltà teologiche del nord Europa, l’ilarità compulsiva e rush cutanei al solo contatto con la carta della stampa cattolica (non tutta), le allergie e travasi di bile dopo l’ingestione delle prime due righe di alcuni piani pastorali, la liturgico-fobia verso le celebrazioni più diffuse, la fotosensibilità verso le foto di Augias e Saviano.
 
A volte, però, il cattosauro muove a tenerezza, lui così fuori posto oggi, con quelle mani giunte e ginocchia piegate davanti al Tabernacolo; con i suoi “sì, sì, no, no” che ai semiologi teo-prog appaiono infantili, propri dei bimbi che iniziano a sillabare; con quel baule di credenze che chiama verità rivelate e che si porta sempre appresso coma la copertina di Linus; con quella moglie che non cambia mai. Il cattosauro però rimane specie in estinzione. Da qui una proposta. Adotta anche tu un cattosauro. Sostieni la Bussola.

mercoledì 7 settembre 2016

270 milioni di morti in 1400 anni

Scrive Antonio Socci:
 
"Oggi si comincia a capire che quella jihadista è un'ideologia. Essa - ha scritto Le Monde - "chiama alla lotta contro gli infedeli, gli ebrei e i crociati, gli Occidentali: un discorso totalitario che predica la guerra con tutti i mezzi contro i miscredenti e altri non credenti".

Ma è un'ideologia molto antica. Erroneamente si crede che nasca in odio al moderno Occidente. In realtà è stata da sempre (ed è) in guerra con tutte le culture, tutte le civiltà e le religioni diverse da sé. Ed è in guerra perfino nel suo stesso seno (per esempio fra sciiti e sunniti).
E' un'ideologia del dominio. E i suoi devastanti effetti non sono stati inferiori a quelli dei totalitarismi del Novecento.

Secondo i calcoli di Bill Warner - direttore del "Center for the Study of Political Islam" - la conquista musulmana del Medio Oriente, dell'Anatolia e del Nordafrica - che rappresentavano metà della cristianità antica - ha fatto almeno 50 milioni di vittime.

La conquista islamica dell'Oriente - dove ha spazzato via l'antichissima civiltà persiana e zoroastriana - ha poi prodotto la morte di 10 milioni di buddisti la cui religione è stata estirpata dalla "via della seta" e dall'Afghanistan.

L'attacco all'India ha distrutto metà di quella civiltà facendo circa 80 milioni di vittime.
 
Mentre nell'Africa subsahariana le vittime cristiane e animiste del Jihad sarebbero circa 120 milioni.

Guglielmo Piombini -al cui saggio pubblicato su "Il grande tradimento" devo la conoscenza di Warner- calcola:
 
"Sommando tutte queste cifre si giunge alla conclusione che dal settimo secolo a oggi approssimativamente 270 milioni di 'infedeli' sono morti per la gloria politica dell'Islam, un numero di vittime che probabilmente supera quelle del comunismo".

Piombini conclude: "La Jihad rappresenta quindi, per durata e per conseguenze, una delle istituzioni più rilevanti della storia umana, che ha sconvolto la vita di centinaia di milioni di persone per quasi 1400 anni. Eppure, a livello storico, è quasi completamente ignorata".
In effetti sono rari coloro che hanno alzato i veli sulla storia vera e non hanno avuto vita facile nei salotti dell'intellighentsia occidentale. Per esempio Oriana Fallaci e Bat Ye'or".

venerdì 2 settembre 2016

2 settembre 1973 In memoriam


1. Dal Sudafrica all'Inghilterra, dalla Chiesa "alta" al cattolicesimo: la vita e la carriera
 
John Ronald Reuel Tolkien nasce da famiglia inglese il 3 gennaio 1892 a Bloemfontein, in Sudafrica, due anni prima del fratello Hilary Arthur Reuel (1894-1976). Nel 1895, i Tolkien tornano in Inghilterra. L'anno successivo muore il capofamiglia, Arthur Reuel (1857-1896). Nel 1900 la vedova, Mabel Suffield, si converte dall'anglicanesimo "alto" - conservatore - alla Chiesa cattolica con i due figli, perciò le famiglie Suffield e Tolkien, protestanti, interrompono ogni rapporto e ogni aiuto a lei e ai due orfani: nel 1904, ella muore a 34 anni perché, per ragioni economiche, non ha potuto curarsi adeguatamente. Il futuro filologo - riferisce il biografo Humphrey Carpenter - afferma: ""Mia madre è stata veramente una martire; non a tutti Gesù concede di percorrere una strada così facile, per arrivare ai suoi grandi doni, come ha concesso a Hilary e a me, dandoci una madre che si uccise con la fatica e le preoccupazioni per assicurarsi che noi crescessimo nella fede". Ronald Tolkien scrisse queste parole nove anni dopo la morte di sua madre. Ci indicano come egli associasse alla madre la propria appartenenza alla Chiesa cattolica. Si potrebbe aggiungere che, alla morte della mamma, la religione prese nei suoi affetti il posto che lei aveva precedentemente occupato. La consolazione che gliene derivò fu sia emozionale sia spirituale". Affidati a parenti e a conoscenti, gli orfani sono seguiti da un sacerdote cattolico proveniente dalla cerchia dei collaboratori del cardinale John Henry Newman (1801-1890). Nel 1910 Tolkien entra all'università di Oxford, dove frequenta corsi di studi classici, nonché di Lingua e Letteratura Inglesi, ottenendo il baccellierato con lode nel 1915. Il 22 marzo 1916 sposa Edith Bratt (1889-1971) con cui si era fidanzato nel 1914, dopo la conversione della giovane dall'anglicanesimo al cattolicesimo; ne avrà quattro figli: John Francis Reuel, nel 1917 - sacerdote cattolico dal febbraio del 1946 -; Michael Hilary Reuel (1920-1984); Christopher Reuel, nato nel 1924; e Priscilla Mary Reuel nel 1929.
Nel 1916, scoppiata la Grande Guerra, il futuro filologo combatte sulla Somme - in Francia - come sottotenente, ma in novembre viene rimpatriato a causa della "febbre da trincea". Convalescente, nel 1917 inizia la composizione di The Book of Lost Tales, il grande affresco da cui derivano le sue opere narrative più note. Tornato a Oxford, nel 1918 entra nell'équipe del New English Dictionary. Nel 1919 è tutor universitario; nel 1920 lettore di Lingua Inglese all'università di Leeds dove, nel 1924, è titolare della stessa cattedra. Nel 1925 è nominato alla cattedra Rawlinson e Bosworth di Anglosassone all'università di Oxford, dove, dal 1945 al 1959, anno in cui lascia l'insegnamento, è titolare della cattedra Merton di Lingua e Letteratura Inglesi. Nel 1972 l'università di Oxford gli conferisce il dottorato ad honorem in Lettere e il 2 settembre 1973, a 81 anni, Tolkien si spegne a Bournemouth e la Messa funebre è celebrata dal figlio.

2. Lewis e "gli scarabocchiatori"

Nel 1926, Tolkien conosce l'anglista e scrittore Clive Staples Lewis (1898-1963), con cui stringe lunga e profonda amicizia. Con altri, il filologo è strumentale alla progressiva conversione dell'amico - almeno a partire dal 1929 - dall'ateismo al teismo, quindi all'anglicanesimo, deluso quando questi non completerà il cammino passando al cattolicesimo. Tolkien e Lewis sono noti anche come i principali animatori del club letterario oxfordiano degli Inklings, grosso modo "gli scarabocchiatori".

3. Le opere

Autore di opere scientifiche e di edizioni critiche di testi antichi - come A Middle English Vocabulary, del 1922; l'edizione del manoscritto Ancrene Wisse: The English Text of the Ancrene Riwle, del 1962; il contributo alla traduzione della Jerusalem Bible, del 1966; le edizioni di Sir Gawain and the Green Knight, Pearl, and Sir Orfeo, del 1975, in precedenza pubblicati separatamente; il testo, tradotto e commentato, The Old English Exodus, del 1981; Finn and Hengest: The Fragment and the Episode, del 1982, curato da Alan Bliss; e The Monsters and the Critics and Other Essays, del 1983, curato dal figlio Christopher -, Tolkien è però noto soprattutto per la narrativa, la poesia e la saggistica a queste collegata. In quest'ambito altrettanto vasto, eccellono The Hobbit, del 1937; The Lords of the Rings, del 1968, già apparso in volumi separati fra il 1954 e il 1955; e The Silmarillion, del 1977. A questi si aggiungono Guide to the Names in "The Lord of the Rings". A Tolkien Compass, curato da Jared Lobdell nel 1975, nonché i testi incompiuti e le "prime versioni" che, dal 1983, il terzogenito cura e pubblica nella serie The History of Middle-Earth giunta al nono volume.

4. Il vero Tolkien
 
Le opere del Tolkien narratore vengono pubblicate e divengono famose - a volte originando un vero e proprio "culto della personalità", che il filologo non incoraggia e che anzi detesta, rifugge e teme - negli anni 1960 e 1970, contrassegnati dall'"alternativa", dalla psichedelia, dalla "fuga dalla realtà" e dalla contestazione. Accanto alla commercializzazione, talora brutale, della sua immagine, l'ideologizzazione di cui è fatto oggetto, anche in Italia, produce distorsioni assurde, che interpretano The Lord of the Rings ora come "bibbia" degli hippy; ora come testimonianza irrazionalista, puramente estetica, "reazionaria" e addirittura "cripto-fascista"; ora come insieme di tesi e di visioni neopagane, gnostiche ed esoteriche. Le opere tolkieniane sono, invece, incentrate su un grande affresco, di carattere anche teologico, fondato su amor, pietas e caritas, oltre che sul coraggio e sulla fortezza - compresi la dedizione, l'abnegazione e l'eroismo anche dei "piccoli" -, che il filologo ammirava nelle letterature classiche, nei racconti epici e mitologici, e nella Bibbia. Formato ai valori più classici del patriottismo inglese, del conservatorismo e della fede cattolica, Tolkien è assai lontano dalle descrizioni - a volte vere caricature - proposte da certa critica forzata, che ha fondamento solo in interpretazioni superficiali dei suoi motivi d'ispirazione, dei suoi espedienti narrativi e della sua passione per il mito, insieme emblema, esempio, modello, tipo e ideale. "Devo dire che tutto questo è un mito - scrive Tolkien a proposito della propria narrativa -, e non una nuova specie di religione o di visione". Ossia, "per quanto riguarda il puro espediente narrativo, questo, naturalmente, mi è servito per cercare esseri provvisti della stessa bellezza, dello stesso potere e della stessa maestà degli dèi dell'alta mitologia, che possano però anche essere accettati, diciamo pure audacemente, da chi creda nella Santa Trinità".
Il filologo presenta sé stesso un poco dappertutto nella propria produzione letteraria, ma luogo privilegiato di autodescrizione della figura, dello spirito e della produzione tolkieniane sono certamente il saggio On Fairy-Stories, del 1947, e l'epistolario, del 1981. Poco scrittore di fantasia della modernità e molto più "raccoglitore" di narrazioni epiche, in Tolkien l'apporto creativo si esplicita maggiormente nell'opera di "codificazione" e di trasmissione che non in quella di produzione ex nihilo, dove il significato d'"invenzione" sta più nell'etimo del termine - "trovata", "scoperta", "rinvenimento" - che non nel senso corrente di "ideazione dal nulla" o in quello traslato di "bugia". Le sue storie - non necessariamente fattuali, ma reali perché vere - sono prodotto di "sub-creazione"; ovvero, della capacità poietica - produttrice e poetica - dell'uomo che crea, partecipando della facoltà più importante del proprio Creatore a immagine e somiglianza del quale è stato fatto. Dunque, la creazione letteraria come produzione umana che è imitatio Dei e cantico del e all'Altissimo, nonché uso dei talenti in una vita vissuta - militia super terram, nel senso più vasto - per tessere le lodi del Signore, a Lui ritornare e a Lui offrire la consecratio mundi. Strumento è la parola umana il cui inscindibile e profondo legame con il Verbo di Dio fattosi carne non sfugge a Tolkien filologo e narratore. "Io pretenderei - scrive -, se non pensassi che fosse presuntuoso da parte di una persona così mal istruita, di avere come obiettivo quello di dimostrare la verità e di incoraggiare i buoni principi morali in questo nostro mondo, attraverso l'antico espediente di esemplificarli attraverso personificazioni diverse, che alla fine tendono a farli capire".

5. Lo scrittore cattolico

Il padre gesuita Guido Sommavilla e il frate minore francescano Guglielmo Spirito hanno, in Italia, evidenziato e sottolineato la dimensione cattolica della narrativa tolkieniana. "Il Signore degli Anelli è - scrive il filologo al padre gesuita Robert Murray - fondamentalmente un'opera religiosa e cattolica; all'inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la "religione", oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l'elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché a dir la verità io consciamente ho programmato molto poco: e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so". Sottolineando l'importanza dello "Scrittore della Storia (e non alludo a me stesso) "l'unica persona sempre presente che non è mai assente e mai viene nominata" (come ha detto un critico)", Tolkien osserva: "Nel Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini". Apertamente egli afferma: "[...] sono un cristiano (cosa che può anche essere dedotta dalle mie storie), anzi un cattolico. Quest'ultimo fatto forse non può essere dedotto dalle mie storie; benché un critico [...] abbia affermato che le invocazioni di Elbereth e la figura di Galadriel nelle descrizioni dirette [...] siano chiaramente collegate alla devozione cattolica a Maria. Un altro ha visto nel pane da viaggio (lembas) un viaticum e nel fatto che nutre la volontà [...] e che è più efficace quando si è digiuni un riferimento all'Eucarestia. (Cioè: la gente indugia in cose molto elevate anche quando si occupa di cose meno elevate come una storia fantastica)". Cattolica è anche l'estetica dello scrittore, che parla di "[...] Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità".
Dunque, completamente errata e fuori luogo è l'impostazione - origine ed emblema di molte altre analoghe, anche diversamente formulate - del filosofo e leader della Nuova Destra francese Alain de Benoist, che nel "manuale" Comment peut-on être païen? del 1981, in traduzione italiana nel 1984, indica Tolkien - con altri - quale modello di preteso "neopaganesimo". "Al di là di questa [...] vita oscura [...], io ti propongo l'unica grande cosa da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento - scrive il filologo in una lettera al terzogenito Christopher -. [...] Qui troverai avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra, e più di questo: la morte".
 
Marco Respinti
Fonte: Dizionario del Pensiero Forte

giovedì 25 agosto 2016

Il cuore dell'Italia

La terra di san Benedetto e santa Scolastica, san Francesco e santa Chiara, è stata devastata dal terremoto. E' il cuore dell'Italia. Un grande cuore ricco di storia, cultura, arte e fede. Un cuore che appartiene a tutti gli Italiani e che tanti turisti amano e apprezzano. Il Signore, nelle cui mani è la storia del mondo, abbia pietà e misericordia di tutti.


venerdì 12 agosto 2016

Il mare di Joaquín Sorolla y Bastida

Joaquín Sorolla y Bastida nasce a Valencia in Spagna il 27 febbraio 1863.  E' annoverato fra i rinnovatori della pittura spagnola in chiave impressionista ed è anche uno tra i più prolifici, avendo un catalogo con più di 2.200 opere. Rimasto orfano di entrambi i genitori a soli due anni d'età viene allevato nella famiglia di una zia materna insieme alla sorella Eugenia. Nel 1888 sposa Clotilde García del Castillo, sorella di Juan Antonio García del Castillo, che aveva conosciuto quando frequentava l'Accademia di San Carlo. La coppia visse per un anno in Italia, ad Assisi, nel 1889 si stabilì a Madrid dove il pittore ebbe modo di potersi affermare.
Viaggiò molto in Inghilterra, Francia e in altri paesi europei facendo conoscere le sue opere.
Muore improvvisamente il 10 agosto del 1923 nella sua casa di Cercedilla, mentre sta dipingendo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

giovedì 11 agosto 2016

Santa Chiara ed i Saraceni

(...)Al tempo della santa venivano chiamati saraceni, (termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo) i popoli provenienti dalla penisola araba o, per estensione, di religione musulmana.
 
In Italia i saraceni compirono, per secoli, diverse incursioni prima nel Sud, conquistando la Sicilia, poi nel Nord Occidente, con base in Provenza (nel 906 saccheggiarono e distrussero l’Abbazia della Novalesa). Con le loro violente e sanguinarie scorrerie giunsero anche ad Assisi. Fu proprio Madre Chiara (1193/1194-1253) a fermarli. (...)
Aveva circa 47 anni quando i saraceni insidiarono Assisi e il suo monastero. Non surrogato femminista, come molte suore odierne, Madre Chiara si pose a difesa con Cristo della sua amata città, sprovvista di valide difese. Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, aveva mosso guerra contro la Chiesa, spingendo le sue soldataglie all’invasione delle terre pontificie, chiedendo ausilio ai più fieri nemici della cristianità, i saraceni appunto. Ne assoldò circa 20 mila, donando loro la città di Lucera, nel regno di Napoli e da quella base partirono per continue scorrerie, saccheggiando, distruggendo, incendiando città e castelli,  compiendo sacrilegi e profanazioni nelle chiese e nei monasteri, uccidendo e facendo prigionieri.
 
Un venerdì del settembre 1240 scalarono le mura del monastero di Santa Chiara e le suore, lascia scritto Tommaso da Celano: «Corsero a santa Chiara che era gravemente inferma e, con molte lacrime, le dissero come quella gente pessima avevano rotte le porte del monastero. Ed essa le confortava che non temessero […] ma armate di fede ricorressero a Gesù Cristo. E giacendo santa Chiara sulla paglia, inferma, si fece portare una cassettina d’avorio dove era il Santo Corpo di Cristo consacrato e si fece portare incontro a quella mala gente. E orando devotamente […] “Pregoti, Signor mio, che ti piaccia che queste tue poverelle serve, le quali tu, Signore, hai nutricate sotto la mia cura, che non mi siano tolte né tratte di mano, acciò che non vengano nelle mani e alla crudeltà di questi infedeli e pagani; onde pregoti, Signor mio, che tu le guardi, che io senza di te guardarle non posso e massimamente ora in questo amaro punto”. A questo priego, dalla cassettina che aveva dinnanzi reverentemente, si uscì una voce, come di fanciullo e, udendola tutte le suore, disse: “Io per tuo amore guarderò te e loro sempre[…]». (Vita di santa Chiara vergine, Opusc. I,21-22, in FF 3201, pp. 1915-1916).
I mercenari islamici fuggirono precipitosamente dal monastero, respinti dalla potenza di una forza invisibile. E di lì a poco lasciarono Assisi. Tuttavia, nel 1241 l’Imperatore, scomunicato da Gregorio IX, non tollerando la sottomissione di Assisi al romano Pontefice, organizzò una nuova spedizione. Quando il pericolo fu imminente santa Chiara chiamò le consorelle: ordinò un giorno di digiuno, dopo il quale le invitò a cospargersi il capo di cenere e a prostrarsi con lei davanti al tabernacolo. La mattina del 22 giugno un forte temporale portò lo scompiglio nell’accampamento degli assedianti, costringendoli ad una nuova fuga.
 
Santa Chiara difese Cristo, il monastero, la sua città con l’arma della Fede e con il Corpo di Nostro Signore. Catturata a Cristo grazie a san Francesco, abbandonò tutte le offerte terrene per vivere con sorella Povertà e unirsi al Crocifisso per guadagnare la salvezza di molti. Votata unicamente a Dio, si lasciò guidare da un’unica ricchezza, la Trinità, e non ebbe stima per nessun’altra religione che non fosse quella cattolica.
 
(Cristina Siccardi)
 
Il testo è tratto da CorrispondenzaRomana

mercoledì 10 agosto 2016

Una religione di pace?

Dopo  ogni atto violento perpetrato da musulmani ai danni degli 'infedeli' si continua a ripetere, fino alla nausea, che l'islam è una religione di pace. 
 
Etimologicamente la parola “islam”, vuol dire “sottomissione”, deriva dalla radice “salam”, che, appunto, vuol dire “pace”.
 
Ma cosa intende l’islam con la parola “pace”? Cosa vuol dire questa parola per l'islam?
 
Quando l'intera società umana senza distinzioni di sorta sarà sottomessa a un governo che applica in tutto e per tutto la legge sociale divina e perfetta rivelata attraverso Maometto, cioè la Sharia, allora ci sarà grande pace. L'islam ci offre la pace attraverso la sharia, la sottomissione: ecco il significato della pace nell'islam. Dunque, secondo i musulmani, solo la conversione all'islam del mondo intero porterebbe ad una pace duratura e vera, perché la società corrotta non esisterebbe più, così come verrebbero eliminate diseguaglianza, ingiustizia, odio e invidia. Questo perché la sharia è la legge perfetta consegnata da dio al profeta per governare perfettamente tutta la società umana, che se fosse sottomessa a questa legge perfetta, non ci sarebbe più infelicità sulla faccia della terra. Vivremmo già qui in un paradiso terrestre.

In questo, sì, l’islam è proprio una religione di pace per raggiungere la quale non si esita a versare sangue sgozzando come bestie gli esseri umani!

martedì 9 agosto 2016

Il mare di Francesco Nesi

Francesco Nesi è nato in Toscana a San Casciano Val di Pesa, il 30 settembre del 1952, attualmente vive e lavora a Tavarnelle Val di Pesa.
“… E’ un pittore autodidatta. Il suo amore per l’arte lo ha spinto a dipingere sempre, e nel tempo la sua dedizione si è tradotta in un vero e proprio impegno, dove la passione può finalmente prendere spazio e tempo totale. Così è diventato un vero e proprio lavoro, e Nesi è un pittore a pieno titolo.
Il messaggio di questo excursus è chiaro e irrefrenabile: ogni sogno nel cassetto deve essere realizzato, per amore della nostra vita. Così questo sogno permea tutta la creazione pittorica di Francesco, la dimensione toscana è congeniale, le colline morbide arcobaleniche sono un humus essenziale. Da questo terreno così ben fecondato, nasce un albero fantastico da dove si diramano personaggi tra il trasognato e l’ironico, volanti e svolazzanti, colori vivaci e movimentati, colline, sogni, venti e tutto ciò che compone l’atmosfera nesiana.
Non è solo la docile natura toscana che costituisce il backgound dell’artista, ma c’è insieme tutta la cultura che questa terra trasmette. Il Medioevo, il Rinascimento di Firenze non possono lasciare indifferenti; il Ponte Vecchio, il Palazzo della Signoria, il Duomo sono da Nesi rivisitati con la sua personale sensibilità, in un’ottica talvolta squisitamente deformante.
Le sue opere sono sempre apprezzate per l’armonia del colore e la sapiente costruzione del paesaggio che accoglie le sue figure.
Ad una prima lettura sembra di facile interpretazione, ma non lo è affatto. I suoi personaggi a volte sono interpreti di un sogno felice, ma a volte esprimono anche una ricerca ai tanti punti interrogativi della vita.
Comunque nelle sue opere troviamo sempre un messaggio piacevolmente incoraggiante e spesso anche ironico e scherzoso…”
 
 
 
 

sabato 6 agosto 2016

6 agosto 1456 e 1458

 
Con l’affermarsi dell’Islam, con la caduta di Costantinopoli del 1453 e con la sostanziale fine dell’Impero Romano d’Oriente, la Chiesa e gli Stati europei vacillarono: Mehmed II, che già controllava i principali traffici marittimi sulla Grecia, Serbia e Rodi, si accingeva a occupare l’Ungheria avendo come primo obiettivo lo sfondamento di Belgrado, città di confine.
 
Sotto la guida del Gran Visir Calhil, egli aveva assimilato l’arte della guerra seguendo in campo il padre, fin dall’età di dodici anni: era arrogante, deciso e coltissimo; tuttavia aveva fallito nella sua prima campagna orientale e l’accanito obiettivo egemone si era risolto in una seconda sconfitta che l’aveva distratto dal controllo dei territori di frontiera.
Murad II lo aveva esiliato e aveva riassunto la guida del Regno ma, alla sua morte, il figlio gli successe vagheggiando ancora di prendere Costantinopoli: il 5 aprile del 1453 si era portato sotto le mura della cruciale città, alla testa di centocinquantamila uomini supportati da una Flotta di trecentocinquanta navi armate da sessantanove cannoni.
Il successivo 29, concentrate forze di terra e di mare, aveva preso la roccaforte occupata da Costantino XI e instaurato il proprio dominio: dalla prestigiosa capitale era partito per conquistare il Mediterraneo, lo Ionio e l’Adriatico e aprirsi un varco in Occidente.
I suoi più agguerriti nemici erano il Papa Callisto III, che promuovendo una Crociata, si era impegnato a disfarsi di ogni tesoro e privilegio pur di contenere l’avanzata della Mezzaluna, e il coraggioso Janòs Hunyadi, di discendenza székely; ma, nel contesto degli eventi sarebbero spiccati anche Giovanni da Capestrano, il Cardinale Juan Carvajal e i Missionari Giovanni da Tagliacozzo e Niccolò da Fara.
L'assedio (di Belgrado), trasformatosi in una battaglia di enorme portata, terminò con una irruzione nel campo turco e con la ritirata del Sultano ferito.
A sostegno della preghiera per il felice esito della campagna, il Papa ordinò la Campana di Mezzogiorno.
 
Inoltre, proprio grazie a questa vittoria e a perenne memoria, la Santa Chiesa celebra oggi la festa della TRASFIGURAZIONE DI GESU'. Una vittoria ottenuta da tutta la Cristianità Europea, nel 1456 a Belgrado, contro i Turchi, di cui arrivò notizia a Roma, al Papa Callisto III proprio il giorno 6 agosto dello stesso anno, esattamente 560 anni fa.
 
 
Papa Callisto III, al secolo Alfonso de Borja y Cabanilles nasce in Spagna a Xàtiva (Valencia) il 31 dicembre 1378 e muore a Roma il 6 agosto 1458 (esattamente 558 anni fa); è stato il 209° vescovo di Roma e papa dal 1455 alla morte. E' stato colui che riabilitò santa Giovanna d'Arco, ordinando un nuovo processo, in seguito al quale venne scagionata dalle accuse di eresia.