La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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martedì 22 maggio 2018

La Chiesa malata di clericalismo

Cos'è il clericalismo?
Il clericalismo  è quando si desidera che il clero s’interessi di tutto e ingerisca in tutto.
La Chiesa attuale credo sia malata di clericalismo, in quanto ha snaturato la sua vocazione, la sua missione primaria, per la quale è stata voluta e fondata dal Signore, quella cioè di annunciare il Vangelo di Cristo, incarnato, morto e risorto per portare la salvezza alle anime.
 
La Chiesa moderna, si è trasformata in una presenza “mondana” e, siccome non avverte più, in modo urgente, l'annuncio per la salvezza delle anime, in quanto, al seguito di un pensiero modernista ed ecumenista, si è auto-convinta che tutti si salvino, è caduta inevitabilmente nel clericalismo onnipresente ed omnicomprensivo. 
 
Infatti se essa non deve più salvare le anime, cosa deve fare nel mondo? Ed ecco che la troviamo con le mani in pasta in tutte le faccende mondane, si riduce a fare troppo e di tutto, come un Ente assistenziale tra i tanti: niente di più niente, niente di meno di una ONG. Ecco saltare fuori i preti che seguono le mode, ubriachi di modernità, di novità e di ideologie, inchinati al mondo, esperti di assistenza sociale, politica, economia, sociologia. Preti che fanno tutto e troppo, tranne l'unica cosa necessaria: curare le anime e curarle amministrando la Grazia attraverso i Sacramenti e con l'annuncio della Parola di Dio. Il resto è un di più che potrebbe essere utile strumento -ma non indispensabile- solo se risulta essere finalizzato alla salvezza delle anime, che resta l'obiettivo primario per il sacerdote e per tutti i consacrati. 
 

 
 

mercoledì 16 maggio 2018

Ma i tempi non cambiano mai?

SS. Pio XI nell'Enciclica 'Exultavit cor nostrum'

"Di qui dobbiamo deplorare una caligine di errori diffusa nelle menti di molti;

una guerra aspra contro tutta la cattolicità e contro questa Sede Apostolica; l’odio terribile contro la virtù e l’onestà;

i peggiori vizi considerati onesti con nome menzognero;

una sfrenata licenza di tutto opinare, di vivere e di tutto osare;

l’insofferente intolleranza di qualsiasi autorità, potere o comando;

il disprezzo e il ludibrio per tutte le cose sacre, per le leggi più sante e per le migliori istituzioni;

una miseranda corruzione dell’improvvida gioventù;

una colluvie pestifera di cattivi libri, di libelli volanti, di giornali e riviste che insegnano a peccare;

il mortifero veleno dell’incredulità e dell’indifferentismo;

i moti di empie cospirazioni e ogni diritto, sia umano, sia divino, disprezzato e deriso.

E non Vi è ignoto, Venerabili Fratelli, quali ansietà, quali dubbi, quali esitazioni e quali timori sollecitino e angustino per conseguenza gli animi di tutti, specialmente dei benpensanti, poiché sono da temere i peggiori mali per il costume pubblico e privato allorché gli uomini, allontanandosi miseramente dalle norme della giustizia, della verità e della religione, e servendo alle malvagie e indomite passioni, tramano nel loro cuore qualsiasi nefandezza.

In così grave frangente ognuno può vedere che tutte le nostre speranze devono essere poste in Dio, nostra salvezza, e che si devono rivolgere a Lui fervide e continue preghiere, affinché, effondendo su tutti i popoli le ricchezze della sua misericordia e illuminando le menti di tutti col lume della sua celeste grazia, si degni ricondurre gli erranti sulla via della giustizia e convertire a Sé le volontà ribelli dei suoi nemici, infondendo in tutti l’amore e il timore del suo Santo Nome, e donando lo spirito di pensare e agire sempre cercando tutto ciò che è buono, tutto ciò che è vero, tutto ciò che è pudico, tutto ciò che è giusto e santo.

Poi non desistiamo di pregare e supplicare il Signore, incessantemente e umilmente, tutti animati da ferma speranza, da sincera fede e ardente carità, affinché liberi la Sua Chiesa santa da tutte le calamità, e ampliandola l’accresca in tutto il mondo e la esalti ogni giorno più, e purifichi il mondo da tutti gli errori, e conduca tutti gli uomini alla conquista della verità e sulla via della salvezza; allontani i flagelli della sua ira, che abbiamo meritato con i nostri peccati; comandi al vento e al mare e riporti la tranquillità e conceda a tutti la tanto sospirata pace e salvi il suo popolo e benedica la sua eredità e la diriga e la conduca ai beni celesti".

Affinché poi Dio più facilmente pieghi il suo orecchio alle nostre preghiere e ascolti le nostre suppliche, alziamo i nostri occhi e le nostre supplici mani alla santissima e immacolata Madre di Dio, la Vergine Maria, che è anche Madre nostra, della quale non c’è altro più continuo e valido aiuto e patrocinio presso Dio; anzi, come Madre nostra amantissima e nostra massima speranza, è la ragione di ogni nostra fiducia, poiché quello che Ella cerca lo trova, e non può essere delusa. Cerchiamo inoltre l’aiuto sia del Principe degli Apostoli (a cui Cristo stesso ha consegnato le chiavi del Regno dei Cieli e che ha costituito come pietra e fondamento della sua Chiesa, contro la quale mai potranno prevalere le potenze dell’inferno), sia del suo coapostolo Paolo e di tutti i Santi Patroni delle singole città e regioni e di tutti gli altri Santi, affinché il Signore elargisca a tutti copiosamente i doni della sua bontà".

Dato a Roma, presso San Pietro, il 21 novembre 1851

Tratto da QUI

martedì 15 maggio 2018

La teologia della liberazione è un'eresia

La teologia della liberazione, alla fine, ha vinto. Come il modernismo, condannato a suo tempo da Pio X, così la teologia della liberazione, benché (parzialmente) condannata da Giovani Paolo II, si è presa la rivincita più grande che potesse sognare: è divenuta il lievito di tutta la pastorale dell’attuale pontificato di Francesco; ispira tutta la liturgia e tutta la dottrina; è divenuta l’elemento centrale, senza il quale non si può nemmeno immaginare di parlare a nome della Chiesa, oggi. Ma è una vittoria legittima? E si fonda su un dato reale, oppure su un grande equivoco e su di una colossale mistificazione? La teologia della liberazione afferma l’opzione preferenziale per i poveri; non solo: essa dichiara, risolutamente, che Dio si identifica con i poveri. Benissimo; peccato che non si prenda il disturbo di spiegare e di vedere da vicino chi siano i poveri. Chi siano i poveri del Vangelo, ben s’intende, chi siano i poveri ai quali si rivolge Gesù Cristo, nelle sue azioni e nelle sue parabole e nei suoi insegnamenti; non chi sono i poveri secondo i teologi e i vescovi e i sacerdoti seguaci della teologia della liberazione. Sembrano la stessa cosa, invece sono due cose diverse: ecco il trucco. Perché se si dovesse scoprire che i poveri di cui parla Gesù non sono, o non sono esclusivamente, i poveri in senso materiale ed economico, e se si dovesse scoprire, del pari, che Egli non si è mai sognato di dire, o anche solo di pensare, come essi invece fermamente sostengono, che la povertà deve essere “sradicata” per poter affermare il regno di Dio sulla terra, anche per il non trascurabile dettaglio che Gesù ha detto e ribadito, in tutte la maniere possibili, che il suo Regno non è di questo mondo, allora tutto l’edificio dei teologi della liberazione cadrebbe, come un misero castello di carte, e verrebbe fuori la verità vera: che essi non parlano a nome del Vangelo di Gesù, quale noi lo conosciamo dalle Scritture e dalla Tradizione, bensì a nome di un vangelo (con la minuscola) tutto loro, laicista, immanentista, neomarxista, materialista, economicista e storicista; che il vangelo di cui si riempiono la bocca è una loro invenzione e che il Regno di Dio, di cui parlano incessantemente, è il paradiso dell’uguaglianza, intesa in senso politico e sociale, vale a dire esattamente il contrario di ciò che intendeva il nostro Signore Gesù Cristo.(...)


 ...è palese, cioè, il loro tentativo blasfemo di trasformare il Vangelo di Gesù, che è il Vangelo dell’amore rivolto a tutti gli uomini, in un vangelo analogo a quello di Marx, che predica la lotta di classe e quindi l’odio di classe, insomma di strumentalizzare la Parola di Gesù per farne un’arma da agitare contro le classi abbienti e ridurre la Buona Novella alla sola dimensione politico-sociale, snaturandola completamente.

Il fatto è che Gesù, quando parla dei poveri, non parla sempre e solo dei poveri in senso economico e materiale, ma anche di quell’altra povertà, non meno terribile, che è la lontananza da Dio (oppure, all’opposto, di quella povertà positiva che consiste nel farsi piccoli e umili davanti a Dio); e che non vuole affatto “sradicare” la povertà, sempre in senso economico, perché al centro del suo messaggio c’è la conversione interiore. Che, poi, la conversione interiore si traduca anche in un cambiamento nello stile di vita; che il vero seguace di Gesù impari a disprezzare le ricchezze, così come tutte le cose che possono allontanare da Dio, questo è un elemento consequenziale, ma non è il fine. Non solo. Se si pone l’accento esclusivamente sulla scelta preferenziale di Gesù per i “poveri”, si rischia di mitizzare e di idolatrare i poveri stessi, così come i ricchi mitizzano e idolatrano il denaro. Gesù non pensa che i poveri siano migliori dei ricchi solo perché hanno meno soldi; semmai, possono essere migliori perché non sono schiavi delle ricchezze (che non hanno) e quindi la loro anima è più aperta e disponibile ad accogliere la Lieta Novella.
 
Scrive monsignor Giacomo Canobbio, presidente dell’Associazione teologi italiani dal 1995 al 2003 e professore di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, nel suo saggio Ermeneutiche latino-americane della liberazione (in: Hermeneutica, annuario di filosofia e teologia fondata da Italo Mancini, Nuova Serie, Brescia, Morcelliana Editrice, 2000, pp. 222-225):
 
"È qui che si incontra Dio, perché Egli ha mostrato di identificarsi con i poveri. Sono essi infatti il luogo privilegiato della manifestazione di Dio e insieme i portatori fondamentali della buona novella della liberazione. Chiunque voglia, pertanto, fare teologia della liberazione in modo adeguato deve “superare l’esame preliminare” dell’unione con i poveri (C. Boff, “Epistemologia”, in “Mysterium lib.”, cit., p. 108).

L’identificazione con i poveri indica l’atto con il quale Dio lega il suo destino storico con quello delle masse spogliate e umiliate, e non per un romanticismo della miseria, bensì per liberarle da essa. Si è già detto che la Teologia della liberazione nasce da un’esperienza spirituale vissuta all’interno del conflitto sociale e in solidarietà con gli assenti dalla storia. Tale esperienza ha come due poli: l’esperienza della povertà e l’esperienza della fede. La seconda conduce a scoprire nella condizione di povertà il volto di Cristo inteso come il servo sofferente, e ad accettarne la sfida. In tal senso si può dire che “la Tdl ha trovato la sua sorgente nella fede che vuole misurarsi con l’ingiustizia fatta ai poveri” (L. e C. Boff, “Come fare teologia della liberazione”; Cittadella, Assisi, 1986, p. 12s). D’altra parte, come richiamano ad ogni pie’ sospinto i teologi della liberazione, è stata l’esperienza della povertà che ha reso possibile leggere in modo nuovo la parola di Dio e la tradizione credente".
 

 
"La Teologia della liberazione nasce da un’esperienza spirituale vissuta all’interno del conflitto sociale". Certo: e proprio qui sta il male. La teologia non deve partire da un’esperienza vissuta all’interno della storia, perché, se così fosse, non troveremmo mai Dio, ma sempre e solo l’uomo, o, al massimo, l’idea che l’uomo si è fatta di Dio. Certo, i teologi della liberazione sono in buona compagnia. Gran parte della teologia del XX secolo, specialmente protestante, parte dall’assunzione di un punto di vista umano, tutto interno alla storia; e Karl Rahner con la sua svolta antropologica non ha fatto che ufficializzarlo, portando il modernismo, già scomunicato da Pio X, ai fasti del Concilio Vaticano II. Ma Rahner non è un teologo cattolico, è un teologo immanentista, modernista e irreligioso. Si dirà che il teologo, come uomo, non può che porsi all’interno della storia; vero: ma, come uomo di fede, può e deve chiedere a Dio di poter comprendere il senso soprannaturale della Rivelazione. Altrimenti, si riduce la Rivelazione a una cosa tutta umana: se ne fa, appunto, una delle tante ideologie di questo mondo, una versione vagamente religiosa della lotta di classe.
 
"È stata l’esperienza della povertà che ha reso possibile leggere in modo nuovo la parola di Dio e la tradizione credente?" Sì: ed  per questo che la teologia della liberazione è fuori dal cattolicesimo. La teologia cattolica non dovrebbe neanche sognarsi di leggere in modo “nuovo” la parola di Dio. Che cosa significa una simile espressione, se non che essa tiene a battesimo una nuova versione del Vangelo? Il che è eretico, e non c’è bisogno di spiegare perché. È come se questi signori dicessero che, per millenovecento anni, la Chiesa cattolica non ha capito il vero senso della Rivelazione; ma, per fortuna, ora sono arrivati loro, e ogni cosa va finalmente al suo posto.  Bravi, complimenti. Ma che cosa credono, che non ci fossero i poveri al tempo di Gesù? E che san Pietro, san Paolo, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, i Padri della Chiesa, i teologi, i vescovi, i sacerdoti, i papi che si sono succeduti fino al Vaticano II, fino a Pio XII, non avessero occhi per vedere i poveri, non avessero orecchi per udire il loro lamento? Certo che li avevano; ma avevano capito quello che i signori della teologia della liberazione non hanno capito, né mai capiranno: che Gesù non è venuto affatto a sradicare la povertà, anzi, ha detto chiaramente che avremo sempre i poveri fra noi, mentre Lui lo abbiamo avuto per una volta sola.

"La situazione di povertà diventa luogo nel quale si legge e, finalmente, si comprende come sia Dio e si comprende cosa significhi amare Dio e il prossimo?" Niente affatto. Oltre all’assurdità di quel “finalmente”, come se nessuno avesse capito chi è Dio prima della teologia della liberazione, resta l’equivoco sul concetto di povertà: sì, per capire chi è Dio, bisogna essere poveri; ma non in senso economico, bensì in senso spirituale. Altrimenti, si cadrebbe in una doppia bestemmia: che nessun ricco capirà mai chi è Dio, e che tutti i poveri, per il solo fatto di essere poveri, lo capiscono senz’altro.

E non è affatto provato che Gesù è venuto a prendere partito per i poveri e a sradicare la loro oppressione. Niente affatto. È venuto a combattere contro il peccato e la morte, e non a guidare rivoluzioni sociali: perché la sola rivoluzione predicata da Gesù è quella dell’uomo che accetta di lasciarsi trasformare dal Vangelo......
L'intero articolo QUI

mercoledì 9 maggio 2018

Germania grave, Roma gravissima!

 
Una volta, all'interno della Chiesa, quando si trattava di dirimere problemi e trovare soluzioni, semplicemente ci si sottoponeva al giudizio di Roma, cioè alla Curia Romana o allo stesso Pontefice perché, sulle questioni sottoposte al giudizio, ci si aspettava una parola definitiva. In questo modo la sentenza era decisiva e la causa definitivamente chiusa. Roma locuta, causa finita!(frase estrapolata dai 'Sermones' di Sant'Agostino).
 
Purtroppo ai nostri giorni i nostri pastori ci hanno abituati a procedure ben diverse, direi diametralmente opposte. Invero, in questo tempo, che qualcuno suggerisce essere superiore allo spazio, aleggia, un'aria greve di instabilità, di tanti 'processi innescati' che in definitiva non giovano a nessuno, se non a legittimare  un terribile modus operandi, che sciolto da ogni legame di responsabilità autorevole, promuova ambiguità ed un clima di incertezza dottrinale nonché di prassi. Mi chiedo è possibile ritenere fruttuoso e normale questo modo di porsi e di guidare il gregge di Cristo? Nel particolare mi riferisco alla Conferenza Episcopale tedesca che ha votato a grande maggioranza a favore di direttive che implicano la possibilità ai protestanti sposati con cattolici, di potersi comunicare al Corpo e Sangue di Cristo nella Messa cattolica con il proprio coniuge, chiamata 'intercomunione'. Il voto però non è stato unanime, sette membri della Conferenza Episcopale Tedesca hanno votato contro queste direttive e hanno chiesto il parere di alcuni dicasteri della Curia Romana. La conseguenza è stata l'invio di una delegazione della Conferenza Episcopale Tedesca che ha parlato a Roma con una delegazione della Curia Romana, fra cui il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.QUI
 
Ebbene, la risposta del Santo Padre, data tramite il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede alla delegazione della Conferenza Tedesca, non è stata definitiva (d'altronde era prevedibile che così fosse!) ma è stato chiesto alla Conferenza di ridiscutere le bozze per tentare di raggiungere un risultato unanime, se possibile.
 
Un simile atteggiamento è completamente incomprensibile e sconcertante! L’Eucarestia è il cuore della fede cattolica, non è qualcosa su cui si possano dare interpretazioni diverse o su cui ci si possa permettere l’ambiguità, nè essa può essere materia da conferenze episcopali. E' inaudito che Roma possa restare neutrale, che Roma lasci il pilastro della Chiesa Cattolica, il Sacramento dei Sacramenti, la Santa Eucarestia, alla discussione ed alla votazione democratica, come se l'accesso a questo Divino Sacramento, per i protestanti sposati con cattolici, diventasse possibile per decisione della maggioranza!
 
La prassi della Chiesa Cattolica, non è questa! Essa è fondata sulla sua fede che è in Cristo, Via, Verità e Vita e non è determinata e non si cambia a suon di votazioni e maggioranze, nemmeno facendolo all’unanimità. Di solito sulle questioni sollevate da porporati e da laici (vedi 'I dubia' la 'Correctio filialis', Roma non ha mai parlato direttamente: uno sprezzante, indegno ed inaccettabile silenzio! Qui Roma parla, anche se a modo suo............
 
In definitiva, è già abbastanza grave che si accetti la possibilità di aprire discussioni su questioni che costituiscono il cuore della fede cattolica e su cui si sono già espressi definitivamente Concilii e Papi QUI. Ancora più grave che si ritenga possibile cambiare la Verità rivelata per alzata di mano e che vescovi e cardinali di tutto il mondo restino in silenzio davanti a questo tentativo di profanazione dell'Eucarestia. Resta gravissima la posizione di Roma. Tutto mi stupisce, scandalizza ed addolora.
 
 
A onor del vero, un porporato, il Cardinale Arcivescovo di Utrecht Willem Jacobus Eijk, ha sollevato la voce, dichiarando l'impossibilità di una tale evenienza, in quanto esistono differenze sull'Eucarestia sostanziali per cui 'il protestante non vive in piena comunione con la Chiesa Cattolica e, perciò, non condivide esplicitamente la fede nell’Eucaristia' QUI.
 
Le motivazioni del Cardinale Eijk sono profonde e ben radicate perché suggellate dalla retta Dottrina e dalla prassi pastorale (Codice di Diritto Canonico, Catechismo della Chiesa Cattolica, Disciplina dei Sacramenti).  E' mai possibile che Pietro, le ignori ed anche di proposito? Non posso, non voglio e non debbo, in questa materia, dare a Pietro il beneficio del dubbio! Impossibile invocare la buona fede! Impossibile!
 
Termino con le parole del Cardinale Eijk:
 
Ciò che dicono il Codice di Diritto Canonico e il Catechismo della Chiesa Cattolica sarebbero dovuti essere la reazione del Santo Padre, che, come successore di San Pietro, è “il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli (Lumen Gentium no 23). Il Santo Padre avrebbe dovuto dare alla delegazione della Conferenza Episcopale tedesca delle direttive chiare, basate sulla retta dottrina e sulla prassi della Chiesa.
 
Così avrebbe dovuto rispondere anche alla donna luterana che gli chiese il 15 novembre 2015 se potesse ricevere la comunione insieme al suo sposo cattolico: questo non è accettabile, invece di suggerire che lei poteva ricevere la comunione in base al suo essere battezzata, conformemente alla sua coscienza. Rinunciando a fare chiarezza, si crea una grande confusione fra i fedeli e si mette in pericolo l’unità della Chiesa. Lo fanno anche i cardinali che propongono pubblicamente di benedire relazioni omosessuali, il che è diametralmente opposto alla dottrina della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura, e cioè che il matrimonio, secondo l’ordine della creazione, esiste solo fra un uomo e una donna.
 
Osservando che i vescovi e soprattutto il successore di Pietro mancano nel mantenere e trasmettere fedelmente e in unità il deposito della fede, contenuto nella sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura, non posso non pensare all’articolo 675 del Catechismo della Chiesa Cattolica:
 
Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia dalla verità”. QUI
  

martedì 8 maggio 2018

Gaudete et Exsultate: la demagogica pietà in marcia

Non nascondo che ogni atto papale mi inquieti e mi lasci nel contempo  pensierosa, dubbiosa ed anche a volte sconcertata. La lettura dell'ultima esortazione non mi convince, anche se a tratti vi sono bei pensieri che elevano l'animo. La disamina di Ferrara rispecchia lo stato d'animo di tanti cattolici che, come me, si sentono perplessi, avviliti e nel peggiore dei casi, rimproverati dalle parole del supremo pastore.
 
(Christopher A. Ferrara, Una Vox – 8 aprile 2018) Gaudete et Exsultate è esattamente quello che ci si aspetta da questo pontificato tristemente prevedibile. Per citare Carl Olsen del Catholic World Report: “molte buone qualità e passaggi sostanziali.... spsso oscurati, o persino indeboliti, dagli uomini di paglia, argomenti discutibili e colpi bassi”.
Le dichiarazioni bergogliane in generale sono precisamente veicoli per la consegna di uomini di paglia, argomenti discutibili e colpi bassi, tutti invariabilmente diretti contro l’ortodossia e l’ortoprassi. Le espressioni di pietà sono avvolte in una grossolana demagogia ecclesiastica, un guanto di velluto sul pugno chiuso dell’umiltà militante così tipica del gergo zotico dei chierici della sinistra latinoamericana.
L’appello del documento ad una relazione vivente con Dio animata dalla carità è smentita dalla ripetuta discesa nella caricatura poco caritatevole e nella vera e propria calunnia di quei membri tra i fedeli che Bergoglio percepisce come ostacoli ai suoi disegni maniacali.

Di seguito alcuni esempii dell’invettiva avvolta nei pii passaggi presente nel documento:
1) Gli ordini contemplativi appartati dal mondo sono malsani:
«(26) Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione.»
2) La Chiesa non ha tutte le risposte e non dovrebbe dire alla gente come vivere (a meno che a dirlo non sia Bergoglio):
« (41) Quando qualcuno ha risposte per tutte le domande, dimostra di trovarsi su una strada non buona ed è possibile che sia un falso profeta, che usa la religione a proprio vantaggio, al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali. (43) Perciò non possiamo pretendere che il nostro modo di intenderla ci autorizzi a esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri.»
3) La dottrina cattolica è soggetta a diverse interpretazioni a seconda delle circostanze:
« (43) Voglio ricordare che nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana che, nella loro varietà, “aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola”»
5) Il forte attaccamento alla dottrina e alla disciplina cattoliche è pelagianesimo:
«(49) Quelli che rispondono a questa mentalità pelagiana o semipelagiana, benché parlino della grazia di Dio con discorsi edulcorati, “in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico” [del passato]»
6) Coloro che resistono al cambiamento – cioè, a qualunque cosa voglia Francesco – hanno ceduto alle forze del male:
«(168) Questo risulta particolarmente importante quando compare una novità nella propria vita, e dunque bisogna discernere se sia il vino nuovo che viene da Dio o una novità ingannatrice dello spirito del mondo o dello spirito del diavolo. In altre occasioni succede il contrario, perché le forze del male ci inducono a non cambiare, a lasciare le cose come stanno, a scegliere l’immobilismo e la rigidità…»
7) Coloro che dicono che tutte le cose sono possibili con la grazia sono veramente pelagiani:
«(49) Quando alcuni di loro si rivolgono ai deboli dicendo che con la grazia di Dio tutto è possibile, in fondo sono soliti trasmettere l’idea che tutto si può fare con la volontà umana, come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, onnipotente, a cui si aggiunge la grazia.»
8) Anche con l’aiuto della grazia è impossibile per i “deboli” mantenere la legge morale dati i loro limiti “concreti”; solo un progresso graduale è possibile (esaltando così la fragilità della volontà umana a fronte della grazia proprio nel modo pelagiano che Francesco condanna):
« (49) Si pretende [da parte degli immaginari cattolici pelagiani] di ignorare che “non tutti possono tutto” e che in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente e una volta per tutte dalla grazia.»
« (50) La grazia, proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini. Pretenderlo sarebbe confidare troppo in noi stessi. In questo caso, dietro l’ortodossia, i nostri atteggiamenti possono non corrispondere a quello che affermiamo sulla necessità della grazia, e nei fatti finiamo per fidarci poco di essa.
«Infatti, se non riconosciamo la nostra realtà concreta e limitata, neppure potremo vedere i passi reali e possibili che il Signore ci chiede in ogni momento, dopo averci attratti e resi idonei col suo dono. La grazia agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo.»
9) L’attaccamento alla dottrina e alla disciplina cattoliche è un’aridità pelagiana che rifiuta “lo Spirito”:
«57. Ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa.....
«In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo.»
10) I cattolici osservanti sono pelagiani senza cuore, curatori di un museo religioso che rigetta “lo Spirito”:
« (58) Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. Questo accade quando alcuni gruppi cristiani danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili. In questo modo, spesso si riduce e si reprime il Vangelo, togliendogli la sua affascinante semplicità e il suo sapore. E’ forse una forma sottile di pelagianesimo, perché sembra sottomettere la vita della grazia a certe strutture umane. Questo riguarda gruppi, movimenti e comunità, ed è ciò che spiega perché tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati... o corrotti.»
11) I tentativi di limitare la migrazione musulmana di massa (principalmente maschi di età militare) sono moralmente equivalenti all’uccisione nel grembo materno:
« (101) La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo.
« (102) Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. »
12) Qualsiasi opposizione pubblica da parte dei fedeli ai disegni bergogliani è diffamazione ispirata dal diavolo (la cui dimora non è chiara, viste le interviste con Scalfari):
« (115) Anche i cristiani possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale. Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui.
«E’ significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra [da parte dei difensori dell’ortodossia che si oppongono a Bergoglio] completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà. Lì si manifesta senza alcun controllo che la lingua è «il mondo del male» e «incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna” (Gc 3,6)».
13) I difensori dell’ortodossia sono giudici senza cuore che guardano dall’alto in basso gli altri (dice Bergoglio che costantemente giudica e guarda gli altri dall’alto in basso):
«(117) Non ci fa bene guardare dall’alto in basso, assumere il ruolo di giudici spietati, considerare gli altri come indegni e pretendere continuamente di dare lezioni.»
14) Dio esige che accettiamo il “magistero odierno” di Bergoglio e guardiamo al Vangelo sotto una nuova luce piuttosto che seguire semplicemente ciò che la Chiesa ha sempre insegnato (compresi tutti i Papi precedenti); tutto il resto è rigido dogmatismo:
« (134) Come il profeta Giona, sempre portiamo latente in noi la tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi:... ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme.»
« (173) Non si tratta di applicare ricette o di ripetere il passato, poiché le medesime soluzioni non sono valide in tutte le circostanze e quello che era utile in un contesto può non esserlo in un altro.
«Il discernimento degli spiriti ci libera dalla rigidità, che non ha spazio davanti al perenne oggi del Risorto. Unicamente lo Spirito sa penetrare nelle pieghe più oscure della realtà e tenere conto di tutte le sue sfumature, perché emerga con altra luce la novità del Vangelo.»
Ovviamente, i media gioiscono di questo ultimo esempio di pugnalate alle spalle dei credenti cattolici. Particolarmente gradita è la dichiarazione dell’equivalenza morale tra gli omicidi di massa nel grembo materno e tentativi di limitare la migrazione di massa dei musulmani, la maggior parte dei quali sono maschi in età militare forniti di cellulari e presentati in modo ridicolo come “rifugiati indifesi”. La CNN ha esultato per questo “rimprovero agli attivisti cattolici contro l’aborto che si concentrano su questa questione escludendo tutte le altre”.
Sono tutte cose che abbiamo già sentito, più e più volte, incessantemente, negli ultimi cinque anni. A questo punto, la questione va al di là di un’analisi delle dichiarazioni bergogliane per scoprire le pillole di veleno che in esse si trovano sempre. Non è necessario continuare l’esercizio di verifica dopo aver constato che anche un cattolico come Marcello Pera può affermare che «Bergoglio è poco o per niente interessato al cristianesimo come dottrina, all’aspetto teologico”, “apparentemente le sue affermazioni sono basate sulla Scrittura, in realtà sono fortemente secolariste” e che il suo pontificato rappresenta una “rottura con la dottrina e la tradizione”.
Ora la questione sollevata dai fedeli, dal clero e dai laici, è se ci sia qualche meccanismo con cui la Chiesa possa essere liberata dalle grinfie di Bergoglio prima che infligga ad essa danni maggiori. A riguardo vediamo i commenti delle maggiori fonti di notizie cattoliche che ne hanno parlato in un convegno dal titolo «I cardinali possono dichiarare che un papa eretico “perde il suo ufficio”: storico della Chiesa». Anche il vescovo in pensione di Corpus Christi, nel Texas, René Henry Gracida , parla apertamente nel suo blog della prospettiva di un concilio imperfetto di cardinali che dichiari invalida l’elezione di Bergoglio e proceda ad un nuovo conclave.
Per cominciare, citiamo Roberto de Mattei, «Abbiamo bisogno di avere il coraggio di dire: ‘Santo Padre, tu sei il primo responsabile della confusione che esiste oggi nella Chiesa. Santo Padre, tu sei il primo responsabile delle eresie che circolano oggi nella Chiesa.’» Ma oltre a questo, il clero e i laici devono unirsi ovunque possibile per fare ciò che San Roberto Bellarmino diceva bisognava fare per affrontare lo scenario di un Papa che tenta di distruggere la Chiesa: un’ipotesi che oggi è diventata realtà:
«Com’è lecito resistere al Pontefice che aggredisce il corpo, così pure è lecito resistere a quello che aggredisce le anime o perturba l’ordine civile, o, soprattutto, a quello che tenta di distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli non facendo quello che ordina ed impedendo l’esecuzione della sua volontà....» [De Controversiis: Sul Romano Pontefice, trans. Ryan Grant (Mediatrix Press: 2015), Book II, Chapter 29, p. 303.]
Andando oltre una semplice diagnosi di “questo disastroso papato”, che tale è già stato confermato centinaia di volte, dobbiamo opporci direttamente ai suoi disegni in ogni campo d’azione che ci compete. Incredibilmente, i fedeli devono difendere la Chiesa cattolica contro un “Papa dittatore” che la distruggerà e la ricostruirà secondo la sua visione, come egli stesso ha chiarito nel suo megalomane manifesto Evangelii Gaudium:
49. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli....
27. Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione.
Possa il Buon Dio liberare la Sua Santa Chiesa dal Papa che oggi l’affligge. E possa la Beata Vergine intercedere presto per l’adempimento del piano divino per l’inevitabile restaurazione della Chiesa e il trionfo del suo Cuore Immacolato.
 
Tratto da QUI

lunedì 7 maggio 2018

La parte migliore


Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell'occhio il cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un'azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.
Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l'amare il bene? E che cosa altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l'anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l'incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d'amore dice: 'L'anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?'.
 
(San Bruno, monaco, fondatore dell'Ordine Certosino)

venerdì 4 maggio 2018

Quando il card. R.Marx era ancora saggio

Di Marco Respinti
 
Bisogna tornare a rileggere Marx, autore di pagine piene di saggezza. Ovviamente il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e di Frisinga: il cardinale Marx che nel 2008, giocando sul proprio cognome (tra il 2001 e il 2007 è stato pure vescovo di Treviri, la città dove nacque Karl Marx [1818-1883]), pubblicò un volume intitolato Das Kapital. Ein Plädoyer für den Menschen, tradotto in italiano come Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato (Rizzoli, Milano 2009).
 
Oggi il cardinale Marx afferma che senza l’altro Marx, il fondatore del comunismo, non ci sarebbe Dottrina sociale della Chiesa Cattolica, che Marx fu uno dei primi scienziati sociali seri e che il marxismo porta un “correttivo” indispensabile al capitalismo. Stefano Fontana ha mostrato l’inconsistenza di queste affermazioni, ma il primo a esserne convinto è proprio lo stesso cardinale Marx, che in quel suo mirabile libro del 2008 (2009 in italiano) scrive cose ben diverse, se non addirittura opposte.
 
Nel libro, il porporato mette sagacemente per esempio in guardia contro le caricature riduttivistiche (per lo più marxiste o marxisteggianti anche senza saperlo) del capitalismo, quelle che lo presentano come somma di “spietatezze”, invitando a fare ciò che dovrebbe stare alla base di ogni critica intelligente del mercato: leggere gli scritti economici di Adam Smith (1723-1790), che del pensiero capitalista moderno è uno dei padri riconosciuti, in funzione dei suoi scritti morali e non il contrario. Fare infatti il contrario (o non sapere nemmeno che Smith fu anzitutto un filosofo morale, docente all’Università di Glasgow) finisce per ignorarne l’intento di «[...] creare un’economia che soddisfacesse le esigenze di efficienza dei tempi nuovi ma rispondesse nel contempo a un principio etico di responsabilità» (p. 70), producendo una immagine «[...] a prima vista immorale» (p. 71) ma distorta del suo pensiero.
 
Quindi, a proposito di Dottrina sociale della Chiesa, nel libro il cardinal Marx afferma che «[...] per l’intero Medioevo la Chiesa fu l’unica istituzione pubblica sensibile all’assistenza ai poveri e agli ammalati. Accanto alle chiese episcopali e ai conventi furono fondati ospedali e alloggi; interi ordini religiosi si dedicarono alla cura di poveri, orfani, anziani, pellegrini, ammalati e derelitti. La Chiesa non si limitò ad approntare e mantenere queste organizzazioni caritative, ma cercò anche di ottenere un reale miglioramento delle condizioni di vita degli indigenti» (p. 150). Dunque il pensiero cattolico - e la civiltà cattolica - ha avuto nell’affermazione e nella difesa dei «[...] diritti sociali fondamentali [...] un ruolo di precursore. In questo campo il liberalismo, nel corso della storia, arrancò zoppicante alle sue spalle» (pp. 152-153).
 
Quanto a Karl Marx e al marxismo, il cardinale nel libro sottolinea: «Con la Rivoluzione d’ottobre del 1917 su milioni di persone calò una notte che durò decenni. Una simile esperienza non si deve ripetere» (p. 233), aggiungendo che il principio di solidarietà della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica è cosa ben diversa dalla «solidarietà di classe» (p. 285) interproletaria marxista. «Per questo non è dipeso da un tragico incidente della storia», scrive, «se nei Paesi del socialismo reale, ovvero nei Paesi comunisti, le condizioni effettive di oppressione politica ed economica hanno dato un significato perverso al concetto di solidarietà: si trattava di uno sviluppo intrinseco all’ideologia marxista» (ibidem). Pertanto, se tornasse «una rinnovata adesione ai falsi ideali di Karl Marx e dei suoi epigoni […] non c’è bisogno di dirlo, questo sarebbe tremendo» (p. 302).
 
Infatti, la giustizia sociale, intesa nel senso moderno e contemporaneo, nasce - spiega il cardinale nel libro - con un gigante del pensiero cattolico anti-socialista e anti-liberale, un vero campione dell’“anti-Risorgimento”, il padre gesuita torinese Luigi Taparelli d’Azeglio (1793-1862), autore almeno del monumentale Saggio teoretico di dritto naturale appoggiato sul fatto, pubblicato a Palermo in cinque volumi tra il 1840 e il 1843, e studiato persino da alcuni conservatori statunitensi, che in Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato il porporato tedesco definisce «[...] il più importante precursore della dottrina sociale della Chiesa» (p. 152). Perché da Taparelli d’Azeglio si origina lo slancio che porta alle grandi encicliche sociali (Papa Leone XIII [1810-1903], sottolinea il cardinale Marx, ebbe, seppure brevemente, Taparelli d’Azeglio come insegnante, cfr. ibidem), al pensiero e nell’azione di un vescovo come il tedesco Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877) - di cui lo stesso cardinale Marx è attento studioso e di cui Karl Marx era fiero avversario - fino al cardinale pure tedesco Joseph Höffner (1906-1987) e alla scuola economica del cosiddetto “ordoliberalismo” - in cui abbondano i cattolici -, nato per difendere l’economia di mercato dalle critiche marxiste, privilegiando l’opzione per i poveri. Una scuola - rileva il cardinale nel libro - che ha influito sul “miracolo” economico tedesco del secondo dopoguerra, che ha influenza il magistero sociale di Papa san Giovanni Paolo II (1920-2005), il quale «[...] fu molto vicino a questa corrente di pensiero» (p. 94), e che significativamente dialogò con «[...] uno dei più importanti pensatori liberali del secolo scorso» (p. 52), Friedrich August von Hayek (1899-1992), Premio Nobel nel 1974 ed emblema tra i più famosi della Scuola austriaca di economia. Hayek, «[...] noto agnostico che tuttavia non ha mai abbandonato la Chiesa» (p. 53), viene sovente e malamente descritto come un estremista del mercato senza regole quando in realtà diceva che «[...] la libertà senza principi morali non ha mai funzionato» (ibidem).
 
Ancora, nel libro il cardinal Marx rifiuta correttamente l’idea secondo cui la Dottrina sociale della Chiesa Cattolica sarebbe una “terza via” fra capitalismo e socialismo, e questo perché - illustra - tutto dipende da come si definisce il capitalismo. Il suo punto di riferimento è qui l’enciclica Centesimus annus, promulgata da san Giovanni Paolo II nel 1991. Quindi - scrive e ripete il porporato in tutto il libro - sul diritto alla proprietà privata, anche dei mezzi di produzione, tra Karl Marx e l’economia di mercato, la Chiesa preferire la seconda, dicendosi egli personalmente, persino in tempi di crisi, «[...] a favore dei mercati aperti, anche in ambito finanziario» (p. 232).
 
Il rilievo principe del cardinale è insomma che la libertà economica non solo non funziona se disgiunta dalla morale, ma senza di essa addirittura non può esistere, e questo è, precipuamente, il contributo che nei secoli la cultura cattolica ha dato al problema. E il punto è così nodale e vero che, cattolici o non cattolici (ma in realtà spesso cattolici o comunque filocattolici), l’inscindibilità fra economia e morale è il fulcro del pensiero dei più adamantini difensori del sistema di libertà del mercato che chiamiamo “capitalismo” (un’espressione che però si dovrebbe abbandonare, vista che nasce in ambito gauchiste e per disprezzo), addirittura fra i teorici del cosiddetto “anarco-capitalismo”: su tutti Murray N. Rothbard (1926-1995), che riscoprì le radici tomiste e prim’ancora francescane del capitalismo, criticando Adam Smith “da destra filo-cattolica”.
 
Un passo significativo nel libro del cardinal Marx spiega bene il concetto: quello in cui descrive la vita nelle fabbriche della Cina neopostcomunista come la situazione peggiore (era il 2008, ma quanto è cambiata?) poiché fusione di marxismo e meccanica di un capitalismo senza morale arruolato in un quadro statalista e collettivista. Gli operai iniziano alle 7,30 del mattino, con «[...] mezz’ora di tempo per mangiare e riposarci», come riferiva una cucitrice, e «[...] il giorno più bello era la domenica, quando dovevamo lavorare solo fino alle ventuno e trenta» giacché gli altri giorni si lavorava «[...] fino alle due o alle tre del mattino» (p. 256). Monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, dice invece che «in questo momento, quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi». Forse non ha letto il libro del cardinal Marx, il libro che il cardinal Marx si è scordato di avere scritto.
 
Tratto da QUI

R. Marx riabilita K. Marx!

 
La sconcertante presa di posizione del cardinale Marx, che ha detto che senza Karl Marx non ci sarebbe Dottrina sociale della Chiesa!
Dopo l’arcivescovo Sorondo, ora tocca al cardinale Reinhard Marx. Il primo, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, aveva dichiarato che il Paese ove oggi viene meglio realizzata la Dottrina sociale della Chiesa è senz’altro la Cina. Il secondo, in una intervista alla "Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung", ora afferma che senza Karl Marx non ci sarebbe Dottrina sociale della Chiesa. Nella sintesi dell’intervista apparsa sul sito ufficiale della Conferenza episcopale tedesca (vedi qui) in occasione del 200mo compleanno del filosofo di Treviri che cadrà il 5 maggio prossimo, l’arcivescovo di Monaco dichiara di essere sempre stato molto colpito dalle parole del 'Manifesto del Partito Comunista' ove si direbbe che “Il mercato non ci porta automaticamente ad una società giusta”, Per questo, il cardinale vede nel marxismo un “correttivo” del capitalismo: "Prosperità e profitto non sono l’unica cosa a cui una società debba tendere". Secondo il cardinale è il caso di ricordare i 200 anni dalla nascita di Karl Marx perché “le sue analisi hanno contribuito alla nascita della Dottrina sociale della Chiesa”. Marx avrebbe mostrato – secondo il cardinale - che il mercato non è così innocente e che se i danni umani e ambientali provocati dal capitalismo sono stati in seguito ridotti, il merito va dato a chi lo ha criticato e non ai successi del capitalismo stesso. Karl Marx è stato uno dei “primi scienziati sociali seri” in quanto avrebbe spiegato i processi in riferimento alle “relazioni reali” perché i diritti rimangono incompleti se si prescinde dai loro aspetti materiali.
Certamente, secondo il cardinale, non si può separare completamente il pensiero di un filosofo da quanto ne hanno fatto altri in seguito, però non si devono nemmeno appiattire le due cose l’una sull’altra, sicché non si può attribuire a Marx lo stalinismo o i gulag. Inoltre Marx ha fatto delle interessanti previsioni sul populismo di destra e xenofobo dei nostri giorni, spiegandolo come effetto delle nuove divisioni sociali indotte dal capitalismo.
Nelle affermazioni dell’Arcivescovo Sorondo e ora in quelle del cardinale Marx non si riesce a capire se sia più profonda l’ignoranza sulla Cina per l’uno e sul marxismo per l’altro o se sia più profonda l’ignoranza della Dottrina sociale della Chiesa. Quest’ultima ipotesi è, naturalmente, più allarmante, trattandosi di due eminenti uomini di Chiesa. Ma è più probabile che le varie ignoranze procedano insieme.
 
La riduzione del marxismo a incolore socialdemocrazia che vuole correggere le disfunzioni del mercato abbandonato al capitalismo, magari mediante l’intervento dello Stato, è ridicola, perché proprio contro queste posizioni “lassalliane” aveva lanciato i suoi strali Karl Marx.
 
Ridurre il marxismo ad un fervorino moralista circa il profitto che non deve essere il fine ultimo della società [ma quando mai Marx avrebbe scritto queste cose?], vorrebbe dire trasformare quella ideologia in un’etica da Onlus. Intendere poi il “materialismo” marxista come una forma di “realismo” significa non aver letto nemmeno Maritain, il quale affermava che quando Marx dice “realismo” intende “materialismo”.
 
Come poi un cardinale possa sostenere che sul materialismo possa fondarsi “uno dei primi scienziati sociali seri” è cosa che stupisce non poco.
 
Che poi il Marxismo del Manifesto abbia determinato la nascita della Dottrina sociale della Chiesa è una tesi incomprensibile.
 
Ci fu un tempo in cui molti sostenevano che la Dottrina sociale della Chiesa sarebbe nata in ritardo, quindi dopo il marxismo e su sua influenza. Ma oggi nessuno sostiene più questa tesi. Innanzitutto perché la Chiesa si era mossa ben prima della 'Rerum novarum', specialmente in Germania con Von Ketteler, secondariamente perché quando esce il 'Manifesto' del 1848 il Marxismo come movimento non esisteva ancora. Ma anche esaminando la cosa dal punto di vista teorico e dottrinale e non solo da quello storico, la Dottrina sociale della Chiesa nasce per ridare il giusto posto a Dio nel mondo che le ideologie ottocentesche volevano usurpare per sé. La Dottrina sociale della Chiesa, dal punto di vista teoretico, nasce da Vangelo e dal diritto naturale e non dalla critica marxiana al capitalismo, e intende ripristinare i diritti di Dio nella società degli uomini. Di tutto il resto essa si occupa di conseguenza e solo in questa luce.
La riduzione del marxismo operata dal cardinale Marx va quindi di pari passo con la riduzione della Dottrina sociale della Chiesa, presentata come un discorsetto sul profitto che non deve essere tutto o sui limiti del mercato. Per dire sciocchezze simili non c’era bisogno né del marxismo né della Dottrina sociale della Chiesa.
Al marxismo non interessa niente della giustizia sociale, considerata un pregiudizio borghese, né dei diritti individuali, dato che l’uomo deve riscoprirsi come “essere generico”, e la critica al capitalismo non viene fatta in nome della persona umana e della sua dignità ma delle leggi materiali della storia che condurranno volenti o nolenti ad una società senza Dio, senza Stato e senza classi.
 
Stabilire relazioni nominalistiche tra il 'Manifesto' e la 'Rerum novarum' è operazione infantile, un gioco di balocchi. Il marxismo è la negazione dell’uomo perché è la negazione di Dio. Tra di esso e la Dottrina sociale della Chiesa non può esserci nessun rapporto se non di contrapposizione.
 
Di Stefano Fontana QUI

Il crocifisso che divide (?)

di Roberto de Albentiis

Il 3 maggio, nel calendario antico, si celebra la festa dell’Invenzione della Croce, in cui si commemora il ritrovamento delle reliquie della Croce e del Santo Sepolcro da parte di Sant’Elena, madre di Costantino; con questa festa si voleva celebrare non solo il primario trionfo della Croce di Cristo sul paganesimo e sul giudaismo, ma anche il secondario e derivato trionfo secolare e sociale della fede, che da allora, lentamente ma progressivamente, avrebbe fondato e ispirato l’Impero e, poi, la Cristianità europea. Questa festa, cassata dalle solite riforme degli anni ’60, che non tolleravano le feste doppie e, in generale, le feste “trionfaliste”, è ancora viva in Oriente (anche se in altra data, al 6 marzo) e perfino nei calendari anglicano e luterano (!). E proprio di luterani andremo incidentalmente a parlare.
Recentemente, il governo federale bavarese (si ricordi che la Baviera è sempre stata terra cattolica, prima come regno autonomo e poi come Land, e al governo vi è costantemente andata la CSU, variante locale esplicitamente cattolica e più muscolare della CDU), guidato da un luterano, Markus Soder, ha deciso di esporre in tutti gli uffici pubblici, scolastici come politici e giudiziari, il crocifisso; certamente, in un’Europa dove dominano il secolarismo e il laicismo, dove il primo diritto è quello alle nozze gay e la CEDU stabilisce la libertà di blasfemia, non si tratta di un passo decisivo, ma fa comunque piacere sapere che qualche governo non permette l’estromissione pubblica della fede. Ribadiamo, il presidente è luterano, e sapendo sia la storia che soprattutto le abiezioni moderne del luteranesimo (l’approvazione di eutanasia, nozze gay, pasto resse lesbiche, tutte cose che farebbero storcere il naso anche a Lutero), ma chi gli si è opposto? La solita CEDU, la variante tedesca dell’UAAR, una o più obbedienze massoniche? No, niente di tutto questo; ad opporsi è stata la Conferenza Episcopale Tedesca, cattolica (almeno nominalmente).

La ricchissima Conferenza Episcopale Tedesca, tanto forte e potente quanto sostanzialmente atea, priva di fedeli, piena di idee balzane al riguardo di intercomunione, comunione ai peccatori impenitenti, aperture all’aborto e all’omosessualismo, negazione della Trinità o della Divinità di Cristo, la Conferenza Episcopale Tedesca della chiusura di centinaia di parrocchie e conventi, dei seminaristi a livello storico negativo (uno, uno!, in un anno a Treviri, città del cardinal Marx, suo capo), dalla sua forza, dai suoi magnifici risultati, osa protestare contro l’esposizione pubblica del crocifisso!
 
Leggiamo allibiti qui : tale decisione darebbe luogo a “divisione” e “metterebbe le persone le une contro le altre”; strano, fu proprio Gesù a dire di essere venuto a portare la spada, a dividere le famiglie, a dividere le pecore dai capri, a dividere i giudei e il cattivo ladrone dalla Madonna, San Giovanni, le Pie Donne, il Buon Ladrone, così come leggiamo in San Paolo che è la Croce, il Crocifisso ad essere giudicato stoltezza e anatema dai pagani e dagli ebrei. E ricordiamo peraltro che si tratta non della croce cattolica, con la raffigurazione di Cristo Crocifisso, ma della croce luterana, vuota.

Ancora, secondo il cardinal Marx “Se la croce è solo vista come un simbolo culturale, allora non è stata capita”, ha detto. La croce è “un segno di opposizione alla violenza, all’ingiustizia, al peccato e alla morte, ma non un segno [di esclusione] contro gli altri”; è vero, la croce non è un mero simbolo culturale, è il segno del trionfo di Cristo, e proprio per questo deve essere esposta, ma, come insegnava San Giovanni Paolo II, una fede che non si fa cultura è una fede morta. No, eminenza, no, eccellenza, non vi crediamo più! La vostra non è la giusta critica ad un rendere il cristianesimo una mera cultura a scapito del suo aspetto di verità, la vostra è una resa al mondo, è un rinnegamento di Cristo; conosciamo, da anni, da decenni, le vostre malefatte, le vostre opinioni, i vostri risultati, che non solo più del cattolicesimo, ma manco del generico cristianesimo, hanno l’aspetto, e non possiamo, né dobbiamo né vogliamo credervi più!
Per Markus Soder, ripetiamo, luterano, la sua politica rispecchia “l’identità culturale dello Stato e l’influenza cristiano-occidentale”; Naturalmente, la croce è soprattutto un simbolo religioso“, ha detto Soder ai media tedeschi. Tuttavia, il premier ha continuato, la croce, nel senso più ampio, porta con sé anche le basi fondamentali di uno stato secolare. Interessante anche l’opinione del commentatore cattolico Birgit Kelle in un editoriale per il quotidiano “Die Welt”: “Ogni musulmano, ogni ateo e ogni altro credente può sentirsi al sicuro sotto questa croce, che non costituisce una pretesa di potere, ma un impegno a trattare ogni persona in modo uguale e dignitoso, indipendentemente dalla sua formazione, fede, capacità o sesso“; La sua presenza pubblica – che nella Baviera tradizionalmente cattolica è quasi onnipresente – va vista come tale, accolta ed apprezzata, ha affermato.

Si segnalano, tuttavia, da parte dell’episcopato, due posizioni a favore: il vescovo Rudolf Voderholzer di Ratisbona ha accolto con favore la decisione, affermando che: “La croce è il simbolo della cultura occidentale. È l’espressione di una cultura dell’amore, della compassione e dell’affermazione della vita. Appartiene alle fondamenta dell’Europa“. Parole forti, soprattutto dopo il terribile caso di Alfie Evans. Ancora, sempre l’eccellenza Voderholzer: per questo motivo, ha aggiunto, i bavaresi hanno tradizionalmente posto croci piuttosto che altri simboli in cima alle loro montagne. “Non la bandiera nazionale o altri simboli del governo umano, come altri avrebbero voluto vedere in altri momenti, ma la croce. Dovrebbe essere ampiamente visibile, la croce, segno di salvezza e di vita in cui Cristo è cielo e terra, Dio e persone riconciliate, vittime e colpevoli“.
Interessante, poi, il commento, con tanto di video, del nunzio austriaco (e anche qui, sappiamo come è messa male la Chiesa della fu cattolica Austria), che si può vedere
qui  : “Come nunzio e rappresentante del Santo Padre, mi rattrista e mi vergogno che – quando si erigono croci in un paese vicino – siano proprio i vescovi e i sacerdoti a criticare questa decisione. Che vergogna! Questo non è accettabile.”

Due anni fa, su questo sito, parlavo sempre delle feste della Santa Croce, soprattutto della festa odierna dell’Invenzione e di un santo, San Ciriaco di Ancona, che si festeggia il giorno avanti, che contribuì alla scoperta e che morì infine
martire; ogni epoca ha i vescovi e i santi (o non ha i santi) che si merita: San Ciriaco, e tanti altri, morirono per la Croce, Marx, i vescovi tedeschi, e pensiamo molti altri, per “dialogo” e quieto vivere, per sostanziale ateismo, la rinnegano. Ognuno segua chi più lo rappresenta, ma si badi: solo una è la via cristiana, non ne esistono più. E questa via è appunto quella della Croce.


Tratto da QUI